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PRESENTAZIONE LIBRI

I Giovani Liberaldemocratici vi invitano alla lettura del nuovo libro di Francesco Toscano "CAPOLINEA"

Ogni buon cittadino, anche il più allergico alla Politica in quanto tale, dovrebbe sentire il bisogno di informarsi per contribuire a ogni livello alla formazione dei processi decisionali, finendola così con il rilasciare ai soliti noti deleterie deleghe in bianco. E per fare ciò può essere utile la lettura di un libro come Capolinea. Un libro unico nel suo genere, perché riesce a ripercorrere e sviluppare tematiche storiche complesse in maniera agile e scorrevole. Un libro che si rivolge a tutti e che può essere letto con interesse anche da chi non ha dimestichezza con i libri che si occupano di storia e politica. Scritto e pensato per rendere immediatamente chiari e percepibili i fatti che vengono narrati, con il solo intento di fornire un servizio a chi legge. L'originalità dell'opera consiste nella capacità di legare gli eventi, regalando un quadro di insieme esaustivo e documentato, reso avvincente da una scrittura che possiede una spiccata forza narrativa, impreziosita da una velata e amara ironia. Un libro capace di coprire un periodo storico lungo e travagliato come quello che va dal 1992 fino ai giorni nostri, senza preoccuparsi di blandire diverse ma spesso convergenti forme di potere. Un libro da leggere perché scritto con la forza della passione disinteressata di chi pur sapendo di non possedere la "verità" disperatamente la cerca.

PER AVERE MAGGIORI INFORMAZIONI SI PREGA DI CONTATTARE LA CASA EDITRICE AI SEGUENTI INDIRIZZI

www.pellegrinoeditore.it
Grecia / Legislative 2009: Campagna elettorale Sito internet http://www.ninniradicini.it/ www.ninniradicini.it  
di Ninni Radicini

In Grecia, a metà della campagna elettorale per il rinnovo anticipato del Parlamento (si vota il 4 ottobre), prima della presentazione delle liste i sondaggi indicano il vantaggio del Pasok - Movimento socialista panellenico, di George Papandreou, su Nd - Nuova Democrazia, il partito del premier Kostas Karamanlis, in carica dal 2004. In una rilevazione pubblicata dal quotidiano "Kathimerini" (realizzata da Public Issue), Pasok è al 41%, seguito da Nd al 35.5%, Kke - Partito comunista 8.5%; Syriza - Coalizione della sinistra radicale 4%, Laos - Partito popolare ortodosso 7%; Verdi ecologisti 2%; altri 2%. Anche altri sondaggi indicano il Pasok primo partito con un vantaggio oscillante dal 4.7% al 5.9%. Ma se dal dato percentuale si passa al numero di seggi, considerando il distacco più ampio (5.9) Pasok oscillerebbe tra i 148 e i 152, ovvero - nel dato più favorevole - un vantaggio di due seggi nell'Assemblea Nazionale (composta da 300 deputati). Sarebbe lo stesso rapporto di forze tra Nd e Pasok - a parti scambiate - risultato dalle precedenti elezioni nel settembre 2007.

A sinistra del Pasok non vi sono rilevazioni concordanti circa il risultato di Kke (tra il 5.5% e il 9%), mentre Syriza è tra il 3.5% e il 4.5%. I Verdi ecologisti, dopo il riscontro positivo delle elezioni europee di giugno, nella maggior parte delle rilevazioni sono al 2% tranne in una, dove con il 3.1% entrerebbero in Parlamento. Pasok potrebbe formare un governo monocolore ma, come già per Nd negli ultimi due anni, si troverebbe con una maggioranza minima, che in una fase politica, economica e sociale complessa come quella attuale, potrebbe essere prevedibilmente sottoposta a una opposizione netta, sia da sinistra (Syriza e Kke) sia dal centrodestra (Nd) sia soprattutto - a destra di Nd - da Laos di Georgios Karatzaferis, in costante crescita in tutte le elezioni dal 2004 a oggi.

Un confronto a distanza tra Karamanlis e Papandreou si è avuto tra il 13 e il 14 settembre, dopo la presentazione del programma del Pasok, con riferimento particolare ai temi dell'economia, alla 74esima Fiera Internazionale di Thessaloniki. Il leader del Pasok - una delle formazioni aderenti al Pse (Partito socialista europeo) più forti a livello nazionale - considerando l'attuale fase di crisi ha presentato un piano economico per i primi cento giorni, da attuare con il sostegno congiunto degli imprenditori, dei lavoratori e di tutte le forze produttive. Il Pasok propone di riavviare il mercato attraverso investimenti pubblici, a partire dal settore edilizio e da quello energetico, il rilancio delle aree rurali, il sostegno ai redditi medio-bassi con un aumento dei salari, una razionalizzazione delle spese statali e una riforma del sistema fiscale che porti a una redistribuzione della ricchezza.

Questo programma sarebbe avviato nei primi tre mesi della nuova legislatura con l'approvazione di leggi specifiche, in accordo con l'Unione Europea. A partire da questi primi provvedimenti, dovrebbe avviarsi un programma più ampio di sviluppo e stabilità da completare in tre anni. Insieme ai provvedimenti strutturali, Papandreou sostiene la necessità di un rinnovamento dell'immagine della politica, attraverso riforme in ambito elettorale, di regolamentazione parlamentare, e di decentramento amministrativo.

Karamanlis ha replicato a quanto prospettato da Papandreou per l'economia, considerandolo un programma vago e generico, con promesse irrealizzabili e concessioni in ogni direzione, al punto da moltiplicare i problemi piuttosto che risolverli. "Noi ci stiamo appellando a tutti i cittadini con un messaggio chiaro, per prendere decisioni difficili oggi in modo che i nostri figli possano avere un domani sicuro", ha detto il primo ministro in occasione di un incontro del suo partito. Il 2010, sottolinea Karamanlis, sarà decisivo per l'economia, poichè l'intensità della crisi e la durata delle conseguenze sfavorevoli dipenderanno dalle politiche che saranno implementate. Critiche al piano economico di George Papandreou anche da Kke e Syriza, che lo considerano un programma di austerità non differente da quello di Nd. Alexis Tsipras, presidente di Synaspismos - Coalizione della Sinistra dei Movimenti e dell'Ecologia (la componente più grande di Syriza) ha detto che "la società vuole una politica differente da quella che porta all'incertezza del lavoro".

Georgios Karatzaferis, leader di Laos, ipotizza che il suo partito potrebbe conseguire un risultato elettorale significativo, fin quasi al punto da poter ambire a diventare il terzo partito. Una ipotesi conseguente sia ai dati delle rilevazione realizzate sia al consenso riscontrato sul programma, ricordando ad esempio la convergenza su Laos del Partito degli ecologisti di Grecia. Karatzaferis ha criticato sia Nd sia Pasok, ritenendoli incerti nella gestione dei temi di interesse nazionale e non esclude che, dopo le elezioni, tra i due maggiori partiti vi possa essere un avvicinamento, sebbene Nd abbia preferito escludere esecutivi di coalizione.

16 settembre 2009
Visti da vicino

(Lega, PDL, PD, IDV, UDC + circa 170 altri partiti)

di Salvatore Italia

La Lega è un vero partito, o meglio lo è per i canoni formali.
E’ radicata sul territorio, e non perché ha aperto dei gazebo, ma perché ogni giorno è vicina alla sua gente: parla con loro e da questi riceve la sua forza. Quelli dati alla Lega sono voti convinti.
A questi pregi si contrappone un grave difetto: l’essere nella storia della seconda repubblica il primo partito dell’antipolitica. La Lega non interpreta la volontà popolare per immaginare un Paese migliore, ma assorbe l’odio, la rabbia, il sentimento di rivalsa verso le istituzioni. La sua ideologia (rectius: l’ideal-politico come dicono i post-ideologici) è la Roma ladrona, la secessione, l’autonomia, l’idea della razza.
Curiosamente in tutto questo somiglia ad un partito dei primi del novecento.
Antistorica e tribunizia ha come missione quella di dividere e governare ciò che è stato separato.

Se nella Lega si sente poco l’idealpolitico, ne Il Popolo delle Libertà di questo ingrediente ve n’è in abbondanza: esso si proclama liberale ma anche un po’ socialista (comunista mai!), cattolico ma anche laico, elitario ma popolare, rivoluzionario, anzi riformatore, innovatore e conservatore.
Il PDL è tutto questo perché Silvio è un po’ tutto.
Soprattutto dopo l’entrata in vigore dell’inno “meno male che Silvio c’è”, il PDL pare più una tifoseria che una vera parte politica. Attenzione però a sottovalutarne l’importanza storica, questo partito rappresenta un grande passo verso la costruzione di un nuovo assetto partitico in Italia e sbaglia chi crede che non abbia vita al suo interno. Il grande limite è l’essere costruito intorno ad una sola persona: tutto accade intorno al leader e il partito sembra esistere solo per un suo atto di volontà, è pensato, progettato e guidato da un solo uomo, con tutto il suo carisma e tutti i suoi difetti.
Ma non scandalizzatevi troppo perché Berlusconi è l’autobiografia della nazione tra la fine del novecento e il nuovo secolo e perché Berlusconi non è il male, è solo il più forte.

Quelli del Partito Democratico hanno preso alla lettera il loro nome, con una stupefacente pervicacia a dimostrare che è tutto veramente e fortemente democratico.
Il partito è interamente impegnato a discutere su se stesso, è ipertrofico nella sua organizzazione, sino a dimenticare che esiste una politica da fare in Parlamento. Recentemente sul voto del tanto contestato Scudo Fiscale pare che parte dei parlamentari del PD non erano in aula perché stavano scrivendo le regole del dibattito tra i candidati segretari al partito. Se la notizia è vera c’è da preoccuparsi. Per ora la linea politica sembra solo fare la guerra a Berlusconi. Lui è come Andreotti! Ma alla gobba e all’ironia vi ha sostituito il sorriso smagliante e una certa sfacciataggine.
Anche qui pare di essere rimasti quantomeno a trent’anni fa.
Se il Cavaliere non è il nuovo che avanza, i suoi più diretti avversari non brillano certo per originalità e chiosando G. Lakoff direi agli amici del PD di “non pensare (troppo) all’elefante”.

Italia dei Valori, un tempo annoverato tra i piccoli partiti personali è oggi la grande incognita dell’opposizione al centro destra.
Spesso nelle parole del suo leader maximo si dichiara liberale e democratico, ma al suo interno sembra come certi stati del Sud America. Antonio Di Pietro è dictator legibus scribundis come Silla: egli è sì tiranno, ma lo fa per il bene del Partito. E ci chiediamo se non abbia ragione.
Chiaramente personale, post-ideologico e antipolitico si rintraccia però in questo partito una vera tensione a divenire soggetto organizzato intorno ad un’idea, ideologicamente orientato, addirittura endo-democratico e riformista. Ma chi non sa che le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni?

L’Unione dei Democratici Cristiani e Democratici di Centro, alias UDC è tutta in movimento.
E’ il luogo in cui da tempo si aggregano e si disaggregano alleanze, progetti, nuovi partiti.
La costola uscita dall’allora costituendo PDL è l’altra grande “x” della politica italiana.
Speriamo solo che la sua leadership non si faccia sedurre da un nuovo biscione e che Casini abbia davvero l’X-factor.

Poi c’è il partito di quelli che “non si sa mai dovessero diventare i numeri uno”, quelli che non scendono mai in politica, ma sono sempre lì per farlo, dei “dietroquintisti”, delle quinte colonne.
Quelli che aspettando Godot (rectius: che Silvio tiri le cuoia) gli sono venuti i capelli bianchi.

Visto poi che il referendum elettorale non è passato ben presto potremo avere la gioia di rivedere miriadi di partiti e partitini cimentarsi nelle sfide elettorali (ricordiamo che per le elezioni del marzo 2008 sono state depositate ben 177 liste) e chissà che in tutto questo sciame non ci sia una zanzara capace di pungere l’elefante!



Il Popolo della Libertà, Partito Democratico, Lega Nord, Italia dei Valori, Unione di Centro, Alleanza Autonomista e Progressista, Alleanza di Centro (presente in Parlamento con 1 deputato fuoriuscito dall'UDC), Liberal Democratici (presenti alle Politiche nelle liste del PdL, in Parlamento nella componente del gruppo Misto della Camera Liberaldemocratici-MAIE), Movimento per le Autonomie, Movimento Repubblicani Europei (come partito autonomo nel PD), Partito Liberale Italiano (presente in Parlamento con 1 deputato fuoriuscito dal PdL), Partito Repubblicano Italiano (presenti alle Politiche nelle liste del PdL, in Parlamento nella componente del gruppo Misto della Camera Repubblicani Regionalisti Popolari), Radicali Italiani (presenti come delegazione autonoma nel gruppo parlamentare del PD), Südtiroler Volkspartei, Vallée d'Aoste Autonomie Progrès Fédéralisme, Federazione dei Verdi, Partito dei Comunisti Italiani, Partito della Rifondazione Comunista, Partito Socialista, Sinistra Democratica, Movimento per la Sinistra, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Internazionalista, Partito dei Socialdemocratici, Partito di Alternativa Comunista, Partito Marxista Leninista Italiano, Partito Socialista Democratico Italiano, Sinistra Critica, Forza Nuova, La Destra, Movimento Sociale Fiamma Tricolore, Alleanza Monarchica, Movimento Fascismo e Libertà, Partito Pensionati, Democrazia Cristiana, Federazione dei Liberali Italiani, No Euro, Partito Democratico Cristiano, Partito Umanista, Patto dei Liberaldemocratici, Pensionati Uniti, Popolari Democratici, Popolari UDEUR, Consumatori Uniti, Sinistra nazionale, Movimento di Azione Popolare…e ne ho tralasciati alcuni. Poi ci sono quelli regionali, ad esempio:
Verdi del Sudtirolo, Union für Südtirol, Die Freiheitlichen, Unione Democratica dell'Alto Adige, Unitalia, Ladins, Süd-Tiroler Freiheit, Demokratische Partei Südtirol, Fronte Friulano - Front Furlan, Movimento Indipendentista Ligure, Lega per l'autonomia Alleanza Lombarda, Popolari retici, Fronte Indipendentista Lombardia, Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna, Partito Sardo d'Azione, Riformatori Sardi, Sardigna Natzione Indipendentzia, Fortza Paris, Fronte Nazionale Siciliano, L'Altra Sicilia, Movimento per l'Indipendenza della Sicilia, Nuova Sicilia, Unione per il Trentino, Partito Autonomista Trentino Tirolese, Lega Nord Trentino, Leali al Trentino, Unione Autonomista Ladina, Trentino Autonomista, Valli Unite, Unione Popolare Autonomista, Autonomie Liberté Démocratie, Fédération Autonomiste, Renouveau Valdôtain, Stella Alpina,, Union Valdôtaine, Vallée d'Aoste Vive, Liga Fronte Veneto, Progetto Nordest, Partito Nazionale Veneto, Veneto per il Partito Popolare Europeo, Lega Sud Ausonia….e la lista continua…continua…


(articolo scritto per LiberalCafè - www.liberalcafe.it)
"Meno mostre più infrastrutture" Fondi Pubblici che fanno discutere

A proposito di edifici e aree verdi

Dichiarazioni rese da Federico Perugini alla Nazione di Firenze

Eventi culturali invece di interventi strutturali nelle periferie. Un modo di spendere denaro pubblico che secondo Federico Perugini, segretario regionale dei Giovani Liberaldemocratici, deve essere rivisto: “Questa è la destinazione dei fondi elargiti dalla Regione al Comune per le periferie – constata Perugini - A mio avviso se vogliamo migliorare la qualità della vita di chi abita la periferia sono necessari interventi strutturali negli edifici e nelle aree verdi. Come ad esempio nel quartiere 5 la sistemazione del giardino che da sul Terzolle, dove è stato ricavato un corridoio attrezzato per il trasporto dei detriti dei lavori Tav. O come la messa in sicurezza dell'Iti-Ipia "Da Vinci" ancora alle prese con il rischio amianto. E' necessaria una scala delle priorità. Mostre e manifestazioni devono venire dopo, altrimenti la riqualificazione è solo un fuoco di paglia”.

La Nazione


fai click qui per scaricare l’estratto in formato pdf.
Da un Governo che si regge su pochi voti di scarto deve scaturire un comune programma di rinnovamento
Occorre prendere esempio soprattutto dal rigore adottato in Germania

di Emanuele Bellato

In attesa di ritirarsi dall’Irak la Sinistra ha ritirato, in questi giorni, la firma italiana dalla “dichiarazione etica” contro la ricerca sulle staminali embrionali, come voleva il ministro Fabio Mussi. Dunque, ad un ad un anno esatto dal referendum sulla procreazione medicalmente assistita, si rischia di riaprire l’ennesimo scontro tra il fronte dei laici e quello dei cattolici.
Capisco che il caldo estivo comincia a farsi sentire, ma sembra strano che il curiale Prodi non si preoccupi delle folcloristiche e sinistre dichiarazioni dei suoi ministri. Non era lui quello che doveva garantire tutti gli italiani, e fermare quel clima da “guerra civile” creato dalla precedente maggioranza? Per non parlare del Presidente della Camera, Bertinotti, folgorato, da una rinnovata fede, sulla via di Damasco, che dopo aver citato impropriamente Don Milani, ergendolo a paladino della Scuola Pubblica, quando, in realtà, con i piccoli ragazzi di Barbina, non fece altro che fondare una eccellente scuola privata, in un eccesso di buonismo non si è opposto all’elezione di un ex terrorista alla Segreteria di Presidenza di Palazzo Madama.
Almeno fino ad ora, la sinistra, schiava del proprio dogmatismo, invece di pensare ai problemi concreti della gente, si sta preoccupando esclusivamente di imporre il proprio punto di vista in merito ai temi etici, calpestando come è già successo nella Spagna socialista di Zapatero, la tradizione millenaria cristiana patrimonio della maggior parte del popolo italiano.
Sono ben altri i problemi, per esempio si deve razionalizzare la spesa ma bisogna pur dire che i furbetti e gli oligarchi che si sono arricchiti nell’ultimo decennio sono tenuti a dimostrare la liceità dei loro arricchimenti.
Le vespe vanno dove c’è il miele ed è indispensabile finanziare il rilancio dell’Italia richiedendo le ragioni degli arricchimenti dell’ultimo decennio. La signora Merkel guida un Governo di grossa coalizione in Germania e non ha avuto dubbi nel richiedere sacrifici a chi può permetterseli. La gradualità riformistica costringe a riunirsi democristiani e socialdemocratici nel più ricco paese europeo. Libero il nostro Parlamento di fare un Governo che si regge su pochi voti di scarto e tuttavia c’è un programma comune inevitabile: ognuno deve pagare le tasse secondo la sua capacità contributiva reale. Si adotti dunque un Dpf caratterizzato dallo stesso rigore che si è scelto in Germania. Mentre si annunciano nuovi aumenti del tasso di interesse che ha portato al 5% del costo del denaro negli Stati Uniti, mentre si annunciano azioni concertate a livello europeo, viene confermato un prelievo pari al 45% per i redditi superiori a 250.000 euro per i single e 500.000 euro per le famiglie. La Francia annuncia misure per attirare investimenti dall’estero, cosa nella quale Londra sopravanza perfino gli Stati Uniti, noi invece abbiamo fatto troppe agevolazioni che non possiamo permetterci e che invece vanno ristrutturate soprattutto se si tiene conto che certe leggi trasformano potenziali imprenditori in prenditori di risorse sottratte ai giovani più dinamici. Non possiamo permetterci finti nulla tenenti, finanziarie di comodo, scalatori mascherati che hanno umiliato la dignità del lavoro, della cooperazione, della libertà di impresa alterando le regole della competizione.
Senza l’efficienza delle istituzioni, senza una concordia operosa senza partiti che si richiamino ai pochi grandi raggruppamenti dei modelli europei, l’Italia pagherà il prezzo della discordia e dell’incapacità di unirsi per obbiettivi di giustizia sociale condivisa. Troppi farisei e sepolcri imbiancati paralizzano l’evoluzione del sistema politico verso un grande Partito Popolare e un grande Partito Socialista.
Occorre un nuovo slancio, un nuovo corso, un New Deal. Si può e si deve evitare la continuazione di una spaccatura del sistema politico che oscilla sempre tra la paralisi e lo scontro. C’è troppa politica senza passione e c’è una politica che non dà passione.
Si è creato uno strano vuoto: c’è la Sinistra Europea che tenta di prevenire i conflitti e di ricondurli comunque all’ambito del principio Cristiano di non violenza. C’è una destra matura che però non ha il pregio di Quintino Sella che costringeva a tirar la cinghia dopo aver imposto sacrifici pesanti alla spesa pubblica, specialmente quella di rappresentanza del ceto politico che deve dignitosamente svolgere i suoi doveri senza offendere la miseria, che ha una sua nobiltà.
Avverto la necessità di un nuovo corso, di un New Deal come quello che Franklin Delano Roosevelt seppe donare al corpo malato della società americana della grande crisi curata grazie a John Kenneth Galbraight.
Abbiamo il dovere, ognuno di noi per quel che può, di fare qualcosa per ricostruire un tessuto connettivo, federale, solidale per il grande ruolo che gli Italiani hanno in Europa e nel mondo, perché siamo la Capitale della Cristianità, della storia antica e dobbiamo abbattere i muri, costruire imprese anche nei paesi d’origine dei migranti, componenti essenziali e dinamiche di una società ce si va riducendo nelle aspettative, accorciando gli orizzonti, nutrendo paura per il futuro.
Il New Deal cominciò con l’ottimismo della volontà delle aspirazioni dei giovani americani che trovarono una nuova frontiera che trasformò l’America nell’arsenale delle democrazie. L’Italia è matura, pretende la verità sulle stragi e sull’uccisione di Nicola Calipari, nello stesso spirito che portò un ragazzo rosso, Giancarlo Pajetta a balzare in piedi applaudendo Bettino Craxi per l’amor di Patria che egli dimostrò nell’incidente di Sigonella senza che questo turbasse la gratitudine di chi ancora oggi riempie con i suoi soldati i cimiteri inglesi, francesi, polacchi,australiani e di tanti giovani americani che hanno dato la vita per restituirci la libertà che avevamo perso, per nostri errori ed eccessi di conflitti perduti.
E risultano quindi, quanto mai inopportune le dichiarazioni, rilasciate in questi giorni, della Senatrice Lidia Menapace: “le Frecce Tricolori fanno baccano e vanno abolite – e ancora – è stato un grave errore ripristinare la Nato, le basi dell'Alleanza in Italia sono una violazione della sovranità”. Inoltre, a proposito delle Forze armate, la Senatrice “pacifondaia” ha scritto su Liberazione: “Abbiamo di fronte una situazione pericolosamente instabile, un esercito professionale che non conosciamo bene. La truppa è fatta di ragazzi e ragazze desiderosi di esercitare la professione militare (non li capisco ma rispetto la loro scelta) e in più da ragazzi e ragazze disoccupati e senza prospettive. Questi ultimi, vittime dell'unica politica attiva per l'occupazione giovanile del precedente governo, o diventano del tutto passivi o si esaltano: sono un vero problema politico e di formazione”.
Nonostante tutto penso ci siano ancora le condizioni per unire le forze politiche senza confondere i ruoli ma senza trasformare per fino l’elezione del Capo dello Stato o un referendum, in una partita che, se continuasse, ci porterebbe dal declino al baratro.
Si è ora diffusa una tenaglia delle aspettative del nostro Popolo che chiede un miglioramento adeguato della sua condizione e di contro le condizioni di ristrettezza della Finanza Pubblica. Governare non è asfaltare, governare non è far credere, governare richiede più cervello e meno polmoni. Per la verità si era pensato di offrire al Popolo le brioches del calcio e l’unica speranza è che si possa gridare, tutti insieme, come nel 1982: Forza, Italia. Viva l’Italia, Viva l’Europa!
PPR, un brutto esempio

di Fabio Bargellini

Mettiamo subito una cosa in chiaro: il metodo utilizzato dal Governatore della Sardegna per ottenere l’approvazione del PPR (Piano Paesaggistico Regionale) rappresenta un pessimo esempio per i giovani appassionati alla politica oltre ad un vero e proprio deterrente per i ragazzi che sono tentati ad abbandonare l’indifferenza verso le vicende della politica regionale.
Il Presidente Soru, con il via libera al provvedimento ottenuto senza portarlo all’attenzione dell’Assemblea Sarda e quindi senza sottoporlo al dibattito e alle osservazioni dei Consiglieri regionali, rappresentanti della società che li ha eletti, ha dato l’impressione che la politica, intesa come buona amministrazione e virtuosa gestione dei beni della collettività, sia qualcosa da decidere tra pochi intimi, dribblando le sedi istituzionali preposte.Nessuna contestazione è opportuno fare ora sul contenuto del testo, ma in merito al metodo con cui è stato liquidato riteniamo sia stata persa un’occasione. Laconicamente possiamo ritenere che tutto ciò non contribuirà di certo ad evitare il crescente disinteresse verso ciò che accade dentro le “stanze del potere”. E’ vero, la legge non prevedeva in capo al Presidente Soru il dovere giuridico di convocare il Consiglio e provocare un dibattito sul tema; ma erano i Sardi, e tra loro anche le giovani generazioni, ad avere il diritto che il massimo organo legislativo della Sardegna fosse convocato ed esponesse alla Giunta il suo punto di vista. E non per un semplice gesto di cortesia istituzionale, ma perché il Piano Paesaggistico Regionale regola qualcosa in più dell’interesse di una piccola categoria o delle modalità di svolgimento di un’attività irrilevante per l’economia sarda. Il testo in questione, così come altri provvedimenti tanto contestati quanto fortemente voluti dalla Giunta, disciplina e per certi aspetti limita le linee di sviluppo dell’economia della nostra Isola… interferendo con qualcosa assai caro a noi giovani: il nostro futuro e quello della nostra Isola. Scusate se è poco.

giovedì 07 settembre 2006
Sette giorni per un Impresa, grazie Daniele!

Tutti conosciamo le estreme difficoltà che oggi incontra chiunque abbia intenzione di avviare in Italia una nuova impresa, o un qualunque esercizio commerciale. Salutiamo quindi con estremo entusiasmo la Proposta di Legge “7 giorni per un Impresa” presentata dall’On. Daniele Capezzone. Diverse in vero sono le ragioni del nostro entusiasmo, anzitutto perché è una riforma capace di snellire - se non azzerare almeno nella sua fase d’avvio - il carico burocratico dalle spalle dell’imprenditoria, altresì perché è un provvedimento che favorirà fattivamente il recupero di competitività della nostra malsana economia, ma ancora perché se l’effetto è benefico verso il mondo imprenditoriale tout court considerato è al contempo e specialmente benefico verso i giovani. È chiaro che, statisticamente, ha giovarne sarà proprio chi un’attività non c’è l’ha ancora ed intende avviarla, e nei numeri quindi proprio i giovani. A queste ragioni se n’aggiunge almeno ancora una: perché è testimonianza diretta ed innegabile di un nuovo modo di fare politica, concreta, capace di superare le barriere partitiche nel condiviso obiettivo di soddisfare l’interesse dei cittadini ad una legislazione di settore seria, moderna e liberale. E non ci meraviglia che a farsene portatore sia proprio un giovane politico, come l’On. Capezzone. Uno speciale ringraziamento va poi all’amico Enrico Gagliardi, che ha voluto accogliere la nostra richiesta di tracciare, con un suo scritto, le linee essenziali e i risvolti pratici di quest’ottima iniziativa.


7 giorni per un impresa

di Enrico Gagliardi

Chiunque abbia provato ad aprire una piccola attività commerciale di qualsiasi genere conosce benissimo le enormi difficoltà che devono essere superate per arrivare all’agognato risultato: una vera e propria corsa ad ostacoli fatta di permessi, autorizzazioni e vincoli burocratici che inevitabilmente riducono la creatività imprenditoriale di molte persone. Una serie di procedure lente, faticose, spesso inutili che ricordano quelle burocrazie mostruose e giganti raccontate mirabilmente da Dostoevskij.
Una semplificazione di questa situazione è non solo auspicabile ma addirittura necessaria. In tal senso si muove la proposta di legge presentata dall’On. Daniele Capezzone ed appoggiata da molti altri parlamentari dei due schieramenti.
La norma in questione si propone di aiutare le imprese semplificando di molto le procedure per avviare un’attività di questo tipo. I pilastri sostanziali sui quali si muove tutto l’impianto della legge sono diversi: il primo è quello della drastica riduzione delle funzioni di controllo preventivo della pubblica amministrazione: proprio sulla scorta del sacrosanto principio secondo il quale “libertà è responsabilità” questa norma tende a ridurre i controlli “ex ante” a favore invece di quelli “ex post” valorizzando quindi, attraverso il sistema dell’autocertificazione sicuramente più snello, agile ed efficace di ipotetiche verifiche preventive, il principio di responsabilità personale del singolo.
Un altro perno fondamentale è invece quello legato alla drastica riduzione dei termini per aprire un’impresa: il soggetto interessato infatti, trascorsi sette giorni dalla presentazione della domanda, è comunque autorizzato ad avviare la nuova attività produttiva. Tutto questo ovviamente è permesso grazie all’utilizzo del meccanismo dell’autocertificazione.
Un sistema di questo tipo che, come si comprende chiaramente, conferisce al singolo individuo un grande ruolo di responsabilità è comunque bilanciato da una più intelligente elaborazione dei compiti dell’amministrazione che comunque ha la possibilità di esercitare controlli molto rigorosi. Il termine di sette giorni per esempio resta sospeso qualora l’amministrazione abbia necessità di integrare i documenti presentati dal soggetto richiedente oppure nel caso che convochi quest’ultimo per un’audizione in contraddittorio. In questa seconda ipotesi il termine per lo svolgimento dell’audizione è di oltre novanta giorni per permettere così accertamenti rigorosi ed approfonditi. Risulta evidente come questa parte della legge abbia una funzione ben precisa, quella di cardine logico, di chiave di volta dell’intera disciplina.
La proposta di legge modifica anche precedenti testi normativi; interviene infatti sulla legge 141 del 1990 e cioè la legge sul procedimento amministrativo e sulla normativa sullo sportello unico: in tal senso opera come una sorta di raccordo fra diverse disposizioni.
Ad un’indagine approfondita la norma in questione si dimostra assolutamente soddisfacente sotto un profilo giuridico formale e sostanziale: in essa infatti sono previsti strumenti estremamente efficaci; un intelligente meccanismo di bilanciamento, per esempio, consente all’amministrazione di mantenere un ruolo di garanzia che non risulta però mai eccessivo o tentacolare in modo da non indebolire o fiaccare troppo la libera iniziativa del singolo. Un gioco di equilibri che sollecita le capacità della persona lasciando comunque alle autorità competenti la facoltà di attuare controlli rigorosissimi proprio per impedire dei danni alla collettività.
La proposta di legge “7 giorni per un’impresa” si dimostra preziosa anche sotto il profilo politico poiché tenta di fornire una risposta alle lungaggini, “ai lacci ed ai lacciuoli” (per usare le parole di Einaudi) che troppo spesso imbrigliano la creatività dei singoli frenando lo sviluppo delle piccole imprese che invece vanno sollecitate ed aiutate rappresentando esse la spina dorsale produttiva del nostro paese.
Una norma moderna dunque che necessità senza dubbio alcuno di essere approvata quanto prima: l’Italia ha bisogno di ripartire anche attraverso operazioni di questo genere.
Università senza futuro e il Ministro pensa alle guerre di corrente indirizzo e-mail federico.perugini@liberaldemocratici.it Scrivi al Vice Segretario  

Dichiarazioni rese da Federico Perugini alla Nazione di Firenze

L’Università italiana è prossima al collasso finanziario. E’ emblematica la protesta del rettore dell’Ateneo di Firenze, Marinelli che si è rifiutato di tenere la cerimonia di celebrazione del nuovo anno accademico. Quella del rettore è una presa di posizione importante, ma purtroppo avrà l’effetto di un grido disperato senza echi. Infatti il nostro ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica, Fabio Mussi, finora ha rilasciato solo vaghe manifestazioni d’intenti, senza nessun fatto concreto. Al vertice di Caserta del Governo di università non si è nemmeno parlato. E ciò non può che lasciare sgomenti. Il ministro del resto, è troppo impegnato ad imporsi come nuovo leader neocomunista del Paese, attraverso le battaglie portate avanti dalla sinistra ds da lui guidata, nella speranza magari di guidare prossimamente un nuovo partito comunista, come spera ad esempio Ingrao che lo sollecita a compiere la scissione. Il lassismo del ministro è molto grave. Deve impegnarsi ad un piano di sviluppo per l’Università, magari anche pluriennale, oppure deve rassegnare le dimissioni, perché il suo immobilismo non ce lo possiamo proprio permettere, nemmeno in nome di un nuovo comunismo.

Federico Perugini

Vicesegretario Nazionale Giovani Liberaldemocratici
Coordinatore Toscano GLD

Per leggere il testo completo dell’articolo apparso sulla Nazione di Firenze fai click qui…
file pdf allegato (ultimo aggiornamento 28/01/2007 10.55.58)

Germania 2009: I partiti alla prova di elezioni e crisi economica
di Ninni Radicini

Quest'anno il sistema politico tedesco sarà soggetto a 15 appuntamenti elettorali: dalle Presidenziali alle Europee, dalle Legislative alle Amministrative. A gennaio le elezioni nel Land dell'Assia, dove si è tornati alle urne dopo un anno, a seguito dell'impossibilita della SPD (Partito Socialdemocratico, ad. PSE) di formare un governo locale, pur cercando - nonostante quanto dichiarato in campagna elettorale - l'appoggio della Linke (La Sinistra, ad. EUL/NGL), formata dall'unione tra la PDS (socialisti della ex Germania Est) e gruppi e personalità provenienti dalla SPD e dal sindacato.

Questa fase si è dimostrata negativa per l'immagine dei Socialdemocratici, al punto da perdere il 13% dei consensi, in gran parte confluiti verso i Verdi e la FDP (Partito Liberaldemocratico, ad. ALDE), al miglior risultato dal 1954. A beneficiarne anche la CDU (Unione Cristiana Democratica, ad. PPE) di Roland Koch, con una campagna elettorale caratterizzata da uno slogan semplice ed efficace: "In tempi come questi vota conservatore". L'opportunità di una alleanza tra CDU e FDP ha portato i commentatori a considerarla premessa di quanto potrebbe avvenire a livello nazionale dopo le elezioni legislative federali del 27 settembre prossimo.

In vista di questo traguardo, i dirigenti della CDU, anche in considerazione di rilevazioni recenti che indicano la SPD in risalita (dal 25 al 27%; CDU/CSU al 32%) hanno chiesto alla Merkel di evidenziare il suo profilo di leader cristiano-democratica oltre a quello di Cancelliere della "Grande Coalizione". Una parte della CDU preferirebbe, dopo settembre, un'alleanza con la FDP di Guido Westerwelle (in crescita dal 9 al 17% in pochi mesi), sebbene i Liberaldemocratici stiano acquisendo quote di elettorato conservatore. Il motivo è nelle dinamiche del governo CDU-SPD laddove, in particolare sulle misure per il superamento della crisi economico-finanziaria, la CDU deve trovare di volta in volta un punto di incontro con la SPD, favorevole ad una presenza consistente dello Stato nei progetti per il rilancio.

A fine marzo, la Merkel ha criticato la proposta di un ulteriore pacchetto di aiuti finanziari, sostenuto dal premier britannico Gordon Brown e dal presidente statunitense Barack Obama. Il Cancelliere sostiene sia necessario dar modo alle risorse già assegnate di sviluppare la propria efficacia in ambito economico, aggiungendo inoltre che, sul lato della percezione dei mercati e dei cittadini, il susseguirsi di proposte di nuovi aiuti finanziari - peraltro considerati di non semplice attuazione - potrebbe dimostrarsi controproducente. In alternativa è preferibile, secondo la leader tedesca - in linea con la Francia - orientarsi verso la realizzazione di un quadro normativo europeo per rendere più efficace la ripresa.

Sul versante del centro-sinistra, i Verdi valutano la eventualità di un'alleanza post-elettorale con FDP ed SPD (la "coalizione semaforo"), anche se tra le possibili varianti nella composizione di un governo federale si considera pure quella di un tripartito CDU/CSU, FDP e Verdi, in virtù della formazione di un esecutivo CDU-Verdi dopo le elezioni del feb.'08 nel land di Amburgo. Da valutare inoltre la rilevanza nazionale delle liste FW (Elettori liberi), equivalenti a Liste civiche su base locale, che alle elezioni per l'assemblea legislativa della Baviera, a fine sett.'08, hanno ottenuto il 10.2%, determinando la perdita della maggioranza assoluta storica della CSU (Unione Cristiano Sociale, ad. PPE). Una novità nel panorama politico tedesco che si ipotizza possa incidere sui nuovi flussi elettorali.

Tra le assemblee regionali di prossimo rinnovo anche quella della Sassonia. Le elezioni precedenti, nel '04, ebbero eco internazionale a seguito del risultato conseguito dalla NPD - Partito Nazionale Democratico (estrema destra) che ottenne il 9.2% e 12 seggi. In quella circostanza nell'impossibilità per la CDU di formare un governo monocolore (41%, 55 seggi, -21), o una coalizione stabile con FDP, ed esclusa ogni alleanza con NPD, si determinò una "Grande Coalizione" con la SPD, che anticipò quella a livello federale. Il 23 maggio si svolgerà l'elezione per il Presidente della Repubblica tedesca (attualmente in carica il cristiano-democratico Horst Köhler), da eleggere a scrutinio segreto in un'assemblea formata dai deputati del Bundestag e dai delegati dei Länder.

Orizzonti Nuovi - Periodico di informazione e analisi di Italia dei Valori
31 marzo 2009
Anti-politica, V-Day e Referendum indirizzo e-mail info@liberaldemocratici.it Pubblichiamo alcune interessanti riflessioni inviateci da un nostro iscritto e sostenitore della campagna referendaria  

Imparare da Grillo

Di Stefano Morandi

Domenica 8 si è svolto in tutta Italia il V-Day. Al di là della più o meno discutibile scelta del nome (comunque di sicuro impatto), quello che deve far riflettere è il risultato ottenuto: in un solo giorno sono state raccolte circa 300.000 firme. È un numero straordinario, sei volte quelle che una proposta di legge di iniziativa popolare necessita per poter proseguire il suo iter, nonché oltre la metà di quelle necessarie alla presentazione di un referendum. La nostra raccolta ha parecchio faticato a superare le 500.000 firme (anche se alla fine il risultato è stato decisamente positivo), e se si pensa che nella newsletter del 22 giugno (a un mese dal termine del periodo utile per firmare e dopo due mesi di raccolta) stavamo solo a quota 260.000 il risultato di Grillo appare ancora più eclatante. Volendo aggiungere un altro fattore, c'è da considerare anche che l'evento di domenica si è interamente basato su internet e sul passaparola, nel silenzio pressoché completo di stampa e tv.

Ed è proprio in questo che dobbiamo imparare dal V-Day: internet sta diventando sempre più un canale di comunicazione di primaria importanza, e come tale deve fungere da cassa di risonanza delle istanze che di volta in volta vogliamo presentare. I siti non devono essere qualcosa di statico, al contrario devono essere “vivi”, vitali e propositivi. È inoltre opportuno costruire reti di siti, contattando anche i blog, i forum e i siti di informazione più seguiti, in modo che quante più persone possibile vengano a conoscenza della proposta che viene fatta.

C'è poi un altro fatto che ha contraddistinto l'azione di Grillo rispetto alla nostra, ed è stata l'organizzazione di una giornata nazionale per portare avanti la raccolta delle firme. Questa è una cosa che a noi è mancata, e che probabilmente avrebbe giovato al raggiungimento di una quota tranquilla in tempi che non avrebbero comportato patemi nel comitato e in chi ci ha dato la propria fiducia firmando. Un “Firma Day” nazionale – magari a inizio raccolta - avrebbe catalizzato l'attenzione e dato un grosso sprone alla nostra proposta, senza togliere poi la possibilità di organizzare altri tavoli di firma locali fra quell'evento e la decorrenza dei termini per la raccolta.

Per dare un ordine di grandezza al comporsi di queste due affermazioni (necessità di usare sapientemente le Rete e opportunità di organizzare eventi di rilevanza più ampia che non semplicemente locale) porto l'esempio della mia città: quando ho raccolto le firme per il referendum il risultato è stato di 118 firme(circa 6 moduli) in 4 ore; in occasione del V-Day il tavolo di raccolta (in cui era possibile firmare in 3 code) aveva finito i moduli (da ben più di 20 firme per modulo) due volte tra le 10 e le 18. E se si considera che 118 firme sono un buon risultato, si rimane a bocca aperta davanti al successo della raccolta di un movimento che non ha una vera e propria struttura alle sue spalle.

Tutte queste parole oggi sono fortunatamente solo elucubrazioni su come avremmo potuto fare meglio (ma con la certezza già acquisita di aver fatto molto bene), ma è sempre opportuno fermarsi un attimo a osservare come agiscono i nostri “vicini” per prendere spunto da ciò che di buono fanno (ed evitare i loro errori). E se ci dovesse ricapitare l'occasione, pensiamoci!
Ricordando il Venti Settembre
Pubblichiamo lo splendido discorso tenuto il 20 settembre scorso da Luigi Paganelli durante la seduta del Consiglio Comunale di Lissone.

Commemorazione del XX settembre?



Signor Sindaco, signor Presidente del Consiglio Comunale e colleghi consiglieri,

la casualità di un consiglio comunale che si tiene di giovedì e non di venerdì ci consente di commemorare la festa del 20 settembre e vorrei farlo con queste poche parole, in parte offertemi dal sito-web ufficiale del Comune di Bologna e da un grande Padre della Patria.
Quanti, fra coloro che abitano o lavorano nelle tante vie e piazze XX settembre disseminate in tutte le città e cittadine italiane, sanno cosa è successo il 20 settembre? Molti non sanno. Alcuni hanno memoria di scuola del fatto che il 20 settembre 1870 i bersaglieri entrarono a Porta Pia in Roma. L’oscuramento, la rimozione della data in cui l’Italia ha ritrovato la sua capitale, è quasi totale.
Intendiamoci: lo stesso destino lo hanno avuto anche moltissime altre date e ricorrenze, ormai perse nella generale indifferenza della nostra società smemorata. Certamente vero, però, é che il Risorgimento tutto, e il XX settembre in particolare, scontano non solo il generale fastidio per la retorica e la scarsa attenzione per la “memoria”, ma soprattutto l’imbarazzo e il disagio di classi politiche e dirigenti troppo lontane dal sogno e dal senso di una nazione seria e forte per tutti.
Lo Stato unitario era nato su basi laiche, Porta Pia aveva distrutto l’ultimo Ghetto e il potere temporale della Chiesa. Ci fu forse un eccesso di malinteso “anticlericale” (col dovuto rispetto per il bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, oggi bisogna pur ammetterlo): ma il XX settembre divenne la giornata dell’unità nazionale.
E festa nazionale rimase fino al 1930, quando il fascismo omaggiò la Chiesa con una legge che aboliva la festa del XX settembre e istituiva la solennità civile dell’11 febbraio, anniversario dei Patti lateranensi: e così l’Italia smise di celebrare e ricordare il momento in cui il sogno di tanti secoli si era realizzato.
Il settennato di Ciampi ci ha restituito l’inno di Mameli: bello o brutto è il nostro inno nazionale, tutti lo conoscono, lo cantano e ci si riconoscono, è un elemento della nostra identità; ma senza il XX settembre si impoverisce anche il significato dell’inno di Mameli, che rischia di ridursi ad un coro da stadio.
Perché stringerci a coorte, perché essere pronti alla morte, a quella morte che Mameli e tanti come lui hanno trovato? Perché “l’Italia chiamò”?

Perché:
ART 1 - La sovranità è per diritto eterno nel popolo. Il popolo dello Stato Romano è costituito in repubblica democratica.
ART 2 - II regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o di casta.
ART 3 - La Repubblica con le leggi e con le istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini.
ART 4 - La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli, rispetta ogni nazionalità, propugna l’italianità.
ART 5 - I Municipi hanno tutti uguali diritti. La loro indipendenza non è limitata che dalle leggi di utilità generale dello stato.
ART 6 - La più equa distribuzione possibile degli interessi locali, in armonia con l’interesse politico dello stato, è la norma del riparto territoriale della Repubblica.

Ciò per cui l’Italia chiamava Mameli e tanti giovani e giovanissimi come lui, limpidamente espresso nella Costituzione (mazziniana) della Repubblica Romana, lo abbiamo ottenuto veramente solo molti anni più tardi, dopo che altri giovani e giovanissimi avevano combattuto e avevano perso la vita: e non è un caso se i “Principi fondamentali” della nostra Costituzione del 1947 riprendono quelli della Costituzione del 1849.
Ma senza il XX settembre, senza bersaglieri ventenni capaci di morire per un ideale vero - come avrebbero fatto poi quelli di mezzo mondo nella seconda guerra mondiale -, senza il coraggio di uno Stato che si mise contro il capo della sua religione ufficiale in nome dell’unità, non avremmo avuto la nostra repubblica di oggi: imperfetta, non abbastanza giusta né abbastanza laica, ipocritamente troppo poco federale e non sempre abbastanza attenta ai diritti; ma nella quale libertà, uguaglianza e fraternità sono qualcosa più che mere parole.
Troppo spesso noi Italiani, disincantati e sfiancati dalla nostra storia bimillenaria, giudichiamo retorica la commemorazione che altri -- gli americani in film come “Salvate il soldato Ryan” ne sono esempio superbo -- sanno riconoscere ai loro donne e uomini, che in tante guerre, anche perdute, hanno saputo morire per gli ideali e i principi di uno stato sano e condiviso.
Bene, grazie al sacrificio di tanti uomini e donne come noi, dal 20 settembre 1870 non siamo più stati “calpesti e derisi”, siamo diventati un popolo. Questo popolo oggi si sente troppo spesso stanco e deluso e magari cerca capri espiatori o vie d’uscita tanto furbe quanto fallimentari.
Per ritrovare il polo magnetico giusto, invece, basterebbe guardare a noi stessi, tanto come individui, quanto come consoci della nostra civiltà, e ritrovare dentro di noi i principi e gli strumenti del riscatto.
Ha scritto qualcuno:
“I più pericolosi nemici d’Italia non sono i Tedeschi, sono gl’Italiani.
E perché?
Per la ragione che gl’Italiani hanno voluto fare un’Italia nuova, e loro rimanere gli Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina; perché pensano a riformare l’Italia, e nessuno s’accorge che per riuscirci bisogna, prima, che si riformino loro, perché l’Italia, come tutti i popoli, non potrà divenire nazione, non potrà esser ordinata, ben amministrata, forte così contro lo straniero come contro i settari dell'interno, libera e di propria ragione, finché grandi e piccoli e mezzani, ognuno nella sua sfera, non faccia il suo dovere, e non lo faccia bene, od almeno il meglio che può.
Ma a fare il proprio dovere, il più delle volte fastidioso, volgare, ignorato, ci vuol forza di volontà e persuasione che il dovere si deve adempiere non perché diverte o frutta, ma perché è dovere; e questa forza di volontà, questa persuasione, è quella preziosa dote che, con un solo vocabolo, si chiama ‘carattere’, onde, per dirla in una parola sola, il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani, che sappiano adempiere al loro dovere; quindi che si formino alti e forti ‘caratteri’.
E purtroppo si va ogni giorno più verso il polo opposto.”

A parte la sintassi un po’ datata, sono parole ancora attuali. Si trovano nelle memorie di Massimo d’Azeglio: liberale moderato, gradualista (oggi si direbbe “riformista”), legalitario, federalista; primo ministro di Vittorio Emanuele II dopo il 1848. Furono scritte nel 1866 e sono passate alla storia con la sintesi infedele e superficiale: “l’Italia è fatta, ora bisogna fare gli Italiani”.
Per ricordarci con quale spirito e con quali propositi siamo diventati una nazione libera e sovrana e possiamo ancora emanciparci, è veramente ora che il XX Settembre torni ad essere festa nazionale e l’ “unica Bandiera” sotto la quale Mameli invita a raccoglierci, che ora è la nostra bandiera, sventoli il per celebrarne il ricordo.
Ma ancora più dello sventolio della bandiera, a noi tutti cittadini ed amministratori serve ritrovare il senso dello stare insieme e del fare politica: senza qualunquismi e ingenui idealismi, ma con vera tensione emotiva verso i principi universali che fanno grandi (e riccamente felici) i popoli.
Grazie.

Patto NeoGenerazionale: La sfida di una Generazione

A distanza di sei mesi dalla sua nascita Coalizione Generazionale avvia il suo primo coordinamento unitario del Lazio: ci siamo, quella che era solo un’idea, oggi diventa una realtà. Per anni abbiamo affermato che il declino italiano poteva essere arrestato solo ponendo mano ai problemi del Paese con una azione congiunta e comune, scavalcando le barriere partitiche e gli steccati ideologici del passato.
La gerontocrazia professionale e politica unita ad un feudalesimo sistemico invade ogni settore della società civile: essa è la malattia della nostra democrazia.
Per guarire abbiamo bisogno di riforme istituzionali forti, che aumentino il grado di partecipazione dei cittadini alla vita politica della Nazione, che assicurino maggiore democraticità nell’azione dei partiti, maggiore governabilità e una più sana e libera informazione. Nonostante queste siano istanze sentite come imprescindibili dalla maggior parte dei cittadini, l'intero quadro partitico non è stato in grado di rispondere a nessuna di queste domande, non è stato in grado di avviare nessun vero cambiamento.
E' per questo che abbiamo deciso di costituirci soggetto politico neogenerazionale: Coalizione Generazionale nasce dalla volontà di fornire le risposte in prima persona.
La sua novità è forte e risiede tutta nell’approccio metodologico e programmatico: “trasversalità nel affrontare i problemi chiave del Paese”.
CG propone l’attraversamento di una intera generazione, quella dei 20/30enni, al di là degli schieramenti politici e delle etichettature di partito, per passare dal piano della protesta a quello della proposta, della concreta progettualità.
Non è sufficiente dire che le cose non vanno, è necessario agire, necessario passare ai fatti!
Incontriamoci, ne ragioneremo tutti insieme.

Salvatore

file pdf allegato (ultimo aggiornamento 01/11/2007 12.23.28)

Se la politica non vince, allora vince l’anti-politica

di Salvatore Italia

Credo che tutti noi, proprio perché italiani, c’intendiamo più o meno di calcio e a tutti, proprio perché italiani, piace ragionare di politica.
Noi tutti sappiamo che nel calcio ci sono tanti grandi fuoriclasse e che viceversa in politica se ne vedono davvero pochini.
Francesco Totti è sicuramente tra questi primi: è un campione!
Chiamo in causa “Er Pupone” perché sono romano (non romanista) e - simpatico com’è - sono certo che non se n’avrà a male se mi divertirò ad azzeccare qualche accostamento tra lui e la politica italiana. Sì perché, a parere del sottoscritto, di politica si deve sempre parlare con un certo sorriso, a rischio altrimenti di prendersi un po’ troppo sul serio.
Francesco, dunque dicevo, è un gran calciatore. Perché? E’ ovvio perché fa gol!
Quando scende in campo fa gol, o lo fa fare ai suoi compagni e la sua squadra vince! Ed è per questo che è un gran calciatore. Certo Francesco è un ragazzo privilegiato, guadagna molti soldi, ha una posizione sociale di spicco, insomma è un vip: ha sposato una bella donna, ed è ricco.
In verità tutti i calciatori di serie A (e non solo), guadagnano davvero belle somme e certo saremmo tutti pronti a dire che sono magari esagerate, se non fosse che ogni domenica (e non solo) si mettono a correre per 90 minuti e ci regalano, tra dribbling e colpi di tacco, una sfilza di gol!
Ma cosa succederebbe se Francesco non facesse più gol?
Semplice, la nostra reazione sarebbe di dire che quei soldi e privilegi sono troppi, eccessivi, ingiustificati, anzi ingiusti! Saremmo presto alla gogna mediatica, saremmo all’anti-tottismo!

La politica in Italia non fa gol da troppo tempo, almeno dall’inizio della Seconda Repubblica. I governi non governano più: il popolo chiede e il governo (di qualunque maglia si sia vestito) non sa come rispondere. Badate non cosa rispondere, ma come rispondere.
Mi direte che la differenza non si sente, non si avverte e avete ragione, eppure c’è!
Magari una risposta l’avrebbero pure, ma non la possono mettere giù nero su bianco, chiara, precisa, risolutiva. Perché? Semplice, i cd. governi del maggioritario soffrono di un'endemica debolezza, che gli impedisce di prendere qualsiasi decisione di lungo periodo, insomma trattasi di governi non governanti!
In verità questa mollezza non dipende da una certa, pur sempre ben distribuita, indolenza dell’homo politicus, ma dall’assetto istituzionale che ci siamo dati ab Republicae condita e soprattutto dal sistema elettorale che a collo torto ci hanno fatto digerire più di recente.
Già perché al momento delle elezioni succede che i partiti più paffutelli (rectius: con maggiore consenso elettorale, ma non abbastanza) s’incontrano con quelli snelli, poi con gli asciuttissimi, ed infine con gli anoressici e la ricetta è sempre la stessa: “tutto fa brodo!”. Non importa che si sia a tal punto diversi da non avere nulla in comune, perché in comune - confabulano - potremo mettere il potere. Così succede che della democrazia rimane solo la crazia.
Però poi c’è da governare, e loro ci provano, si sforzano, ma proprio non ce la fanno a fare gol.
Alla prima crisetta c’iniziano a sobillare che l’immobilismo è colpa degli alleati riottosi ed estremisti e la favola recita “alle prossime elezioni mai più con le ali”, come se il brodo però non si facesse con tutto il pollo, ali incluse.
Un giornalista, appena insediatosi il governo Prodi, chiese a Sartori, “quanto durerà questo governo Professore?” e sobriamente lui rispose “tutta la legislatura, basta che Prodi faccia il meno possibile!”. Ma una squadra non vince se resta ferma in campo.
E l’Italia sta perdendo la sua partita con il futuro.
Però tutti i privilegi di status rimangono lì, anch’essi immobili e in bella mostra.
Rimangono lì gli stipendi da “Alice nel paese delle meraviglie” che spregiudicatamente sono stati assicurati da svariati lustri di rinnovata fiducia bicamerale, rimangono lì le auto blu, i viaggi gratis, i mutui dati sulla parola, e tutto quell’insieme di favor e insensatezze che accompagnano il parlamentare e la sua corte personale.
Di fronte al silenzio delle istituzioni e alla loro incapacità di dare risposte ai cittadini, è normale che tutto questo s’inizi indubbiamente a far notare, poi a scandalizzare, ed infine a divenire intollerabile. E allora monta la protesta, e cresce impetuosa l’onda emotiva che taluni amano chiamare “Anti-politica”.
Certo, da che mondo è mondo, potere e privilegi vanno sotto braccio - lo sappiamo tutti - e anche qui - come nel caso di Francesco - in fin dei conti potremmo pure starci, chiudere un occhio, sempre che ne valga la pena: che l’uno vada a gol e che l’altro ci governi.
Intendiamoci La Casta è sicuramente un bel libro, Rizzo e Stella hanno perfettamente ragione. Beppe Grillo è davvero “pazzesco” e anche lui ha perfettamente ragione. Tutti hanno ragione di lamentarsi, di indignarsi, ma c’è il rischio che le proteste siano un po’ come i cori da stadio urlati alla curva avversaria, o le corna tradizionalmente fatte all’arbitro, c’è pericolo che anch’esse durino lo spazio di una domenica e che lunedì si ricominci tutto da capo, come se nulla fosse stato, come se si fosse scherzato.
Le proteste si metabolizzano, e ai capi-popolo si aprono le strade del peccato di vanità più antico del mondo: diventare Re, diventare loro casta!
È raro che una protesta scivoli in sommossa e ancora più raro che diventi rivoluzione.

Intendiamoci non sono un anti Anti-politica, e anzi direi che sarebbe più corretta chiamarla anti-partitica, visto che di politica proprio si occupa e dunque non può essere la sua “anti”.
Non sono un anti-grillini, o un W la “Casta”, concordo che i costi della politica sono troppo alti e sicuramente la protesta è una giusta reazione.
Tuttavia la reazione non è quasi mai la cura del problema.
Perché esso è più profondo, strutturale ed investe: democrazia e governabilità del Paese.
Il che vuol dire che i Partiti devono tornare a svolgere la loro funzione istituzionale: rappresentare i cittadini, essere la loro voce, la loro forza, la loro mano nella gestione della res-pubblica.
Vuol dire anche che i Governi devono essere forti, capaci di imporre strategie politico-economiche e di giustizia sociale senza gli intralci della partitocrazia e dei personalismi di bottega.
Solo così potremo passare dalla repubblica dei partiti a quella dei cittadini e restituire all’uomo politico la dignità del suo ruolo.
Ma per avere tutto questo abbiamo bisogno di regole nuove.
Perchè il gattopardismo dell’ancien régime non può essere arrestato e dal pantano dell’immobilismo partitico non si può uscire se non si imbocca la strada delle riforme.
Per inclinazione personale, agli uomini forti, inviati dal destino, preferisco le idee forti; alle rivoluzioni culturali le riforme istituzionali. Perché nessuna idea è tanto forte quanto quella di cui sia giunto il suo tempo: ed è tempo di nuove regole e non di sole proteste.

E allora quel sentimento dell’anti-politica (rectius: anti-partitica) può divenire la leva per avviare il cambiamento, per riproporre noi cittadini al centro delle decisioni sul nostro domani.
Questo vento di rinnovamento soffia forte e agita le coscienze, ma solo se sapremo sfruttarlo issandovi sopra le vele del nostro buon senso, della nostra moderata, ma tenace, ostinazione a volere un futuro, potremo non essere solo un episodio della domenica, un’occasione sprecata.
Se poi alla fine dovesse andar male e di lunedì ci dovessimo ritrovare con i problemi del sabato, di due cose potremo sempre essere certi: che le partite non finiscono mai e che ogni domenica c’è sempre un nuovo campione.

(articolo scritto per D.I.)
Democrazia, TV e Auditel Sito internet www.liberalcafe.it www.liberalcafe.it  
di Salvatore Italia

Democrazia
Le democrazie rappresentative - come la nostra - sono state spesso definite come “governi di opinione”, proprio ad esaltare il ruolo essenziale dell’opinione pubblica nel processo formativo delle decisioni di governo. *1
Insomma è come dire che questo aggregato collettivo è il vero timoniere della politica nazionale.
A metterla così ci sentiremmo tutti piuttosto sollevati, soprattutto in un’epoca come la nostra dove lo strumento di connessione politico-istituzionale dei partiti sembra essere saltato.
Non importa che il partito abbia abdicato alla sua funzione costituzionale - essere ponte tra i cittadini e i luoghi delle decisioni sovrane – perché l’azione di governo sarà sempre e comunque legata al buon timoniere del pubblico intendere.
Davvero? Siamo sicuri che sia così?
Vediamo, anzitutto, cos’è questa opinione pubblica.
“Opinione” è un’idea leggera: non si richiede al popolo episteme *2 (questa è virtù dei delegati, o dovrebbe), ma doxa, ossia un generico sapere, un intendimento sufficiente.
E “pubblica”, ad indicare da una parte la sua dimensione collettiva e dall’altra l’oggetto della stessa, ovverossia fatti che attengano alla respublica.
In brevis la democrazia rappresentativa per funzionare – cioè essere strumento di autogoverno - presuppone un’opinione pubblica pienamente e liberamente (in)formata, o meglio (in)formata sui temi su cui si dovrà decidere.
Ma esiste in Italia la condizione di sapere per decidere? Perché tutto dipende da questo.
La questione investe l’attuale fonte principale di informazione: la televisione con i suoi TG e programmi “d’approfondimento”. Giornali, libri e web seguono a lunga distanza.

TV & Auditel
In Italia quando si parla di televisione si pensa subito a Berlusconi. Vogliamo non farlo per una volta? Già, perché il discorso sulla libertà di informazione in quanto tale ha risposte plurime e molto dipende dalla parte politica a cui la domanda si pone. Anche se poi la soluzione praticata da entrambe sembra essere la stessa: opportunamente ignorarla.
Conviene anche a noi fare orecchie da mercante e obliterare – sia pure con un sorriso amaro – questo punto interrogativo. Del resto dietro a questo problema se ne nasconde un altro altrettanto grave: quello della qualità dell’informazione.
Incidentalmente si dica, che il problema della qualità potrebbe sussistere stante anche la massima libertà personale del cittadino di auto-informasi, ovvero in presenza sin’anche di un regime a concorrenza perfetta.
Se è vero che un sistema a concorrenza pura degli operatori del mercato televisivo si tradurrebbe in piena libertà degli utenti, è altrettanto vero che la libertà di scelta potrebbe non significare anche qualità nella scelta.
Questa curiosa congiura si cela nello strumento di misura della concorrenza. Inadeguatamente scelto ci mostrerà una falsa rappresentazione della realtà, mistificando la stessa gara dei competitor radiotelevisivi.
Il riferimento è per gioco forza all’Auditel, che può essere considerato il vero reo del basso livello culturale della nostra televisione. Dico “gioco forza”, perché sembra esistere solo l’Auditel sul mercato italiano! Insomma, a misurare la concorrenza radiotelevisiva sarebbe un’azienda in odore di monopolio. Il problema non sembra essersi risolto neppure a seguito delle correzioni successive all’approvazione del disegno di legge Gentiloni *3 che, prevedendo la ripartizione del capitale sociale dell’azienda tra le major operanti nel settore televisivo, ha di fatto aiutato il consolidamento della sua posizione dominante..
Ma, al di là di questa “bizzarra incongruenza”, è il sistema di campionamento statistico ad essere davvero paradossale.
5163 famiglie brandizzate Auditel, che passano la loro giornata a vedere la televisione, sarebbero davvero il campione su cui stabilire cosa guardano 56.904.890 italiani? Ma siamo seri.
Esistono diversi tipi di pubblico: giovani, anziani, passando da finemente dotti a vergognosamente incolti e ancora belli, brutti, alti e bassi.
Insomma, diverse le persone che stanno davanti al video e diversi i loro gusti televisivi, le loro esigenze. Di tutto questo l’Auditel non tiene assolutamente conto producendo una statistica indifferenziata. È evidente che se la bontà di un programma dipende solo dal suo ascolto, non possiamo poi lamentarci che lo standard qualitativo sia basso, del resto lo stiamo chiedendo a 5000 famiglie quantomeno sui generis.
Se questo è vero per i programmi televisivi tout court intesi, lo è altrettanto per i telegiornali, anch’essi sottoposti alla gara auditel.
Quest’ultimi in una ridicola rincorsa all’audience annegano la vera informazione in una serie di “notiziette”, affossando la loro natura di massima fonte di video-sapere politico.
Il problema a questo punto, però, diviene grave non perché la TV è sciatta e noiosa, ma perché questo modello televisivo mette in crisi la democrazia, nel suo fare e disfare l’opinione pubblica.
Abbiamo, infatti, visto che la formula della sana e (in)formata opinione pubblica è “sapere per decidere”. Ma sapere cosa?
Le news dell’ultima avvincente crime-story? Come sarà la moda quest’autunno? L’ennesimo colpo di testa di Paris Hilton, ammesso che ne abbia una?
Paradossalmente per decidere di politica bisognerebbe sapere di politica, ossia di respublica.
Far vedere la cruda immagine di un omicidio, la famiglia che piange per la sciagura, o ancora le gambe dell’ultima promossa al rango di velina, conviene. Non solo perché secondo l’Auditel alza lo share, ma anche perché non c’è bisogno di commento. Qui la notizia parla attraverso l’immagine.
Mentre descrivere le conseguenze di un disegno di legge presentato dal governo, o del referendum popolare richiede capacità di analisi, di argomentazione. E sia detto, non tutti sono all’altezza di farlo. Eppure è proprio di questo che abbiamo bisogno, di altezza dell’informazione.

Un possibile cambiamento
Il video-sapere non può essere ostacolato da improbabili sistemi di campionamento, o dal raggiungimento della massima quota di telespettatori. La video-informazione ha un ruolo fondamentale nella costituzione dell’opinione pubblica e questa è strettamente funzionale alla stessa democrazia.
Occorre cambiare. Ma da dove iniziare?
Anzitutto, pur conservando l’indagine a campione, si potrebbe modificare il relativo parametro statistico. In particolare si tratterebbe di passare dal dato aggregato ed indifferenziato (attualmente fornito dall’Auditel) ad uno etero-composto (età, livello di studi, reddito, sesso, ecc.), in tal modo otterremo immediatamente due primi significativi effetti: dati più verosimili e la possibilità di conoscere con più esattezza chi guarda cosa.
Si tratta di scavalcare l’età giurassica dello share assoluto, per passare all’apprezzamento differenziato per categorie di utenza.
Ciò consentirà di individuare spazi per programmi “più impegnativi”, che altrimenti sparirebbero inghiottiti da un indice di ascolto negativo.
Ma, il vero balzo in avanti potrebbe stare nell’eliminazione dello stesso sistema di campionamento.
La meccanica del campione rappresentativo soffoca l’individualità dei gusti e delle scelte, rispondendo ad una logica dirigistica e dogmatizzante.
Occorre, viceversa, privilegiare il singolo individuo attraverso la creazione di profili definiti dalla stessa utenza radiotelevisiva.
L’auto-costituzione di profili personali è forse la risposta più consona all’obiettivo e la meno invasiva della riservatezza personale del telespettatore. Accounts liberamente formati dallo stesso video-utente e arricchiti progressivamente dalle sue scelte televisive, da sondaggi e quant’altro permetta di confezionare una soluzione mediatica ad hoc.
La tecnologia lo permette. Gestire milioni di profili è complesso, ma ha anche enormi vantaggi, non da ultimo economici. Del resto è noto che l’utente finale della tv è l’impresa commerciale, alla quale la rete televisiva vende pacchetti di ascolto, quindi l’adozione di un modello in grado di individuare, sia pure tendenzialmente, preferenze ed interessi del fruitore mediatico, non potrebbe che avvantaggiare tutte le aziende del settore.
Limitazione di libertà derivante da compressione della privacy?
Forse, ma personalmente tra la condanna ad una progressiva cieca ignoranza e il far sapere ad altri cosa mi piace, preferisco di lunga la seconda.
Vantaggio economico per imprese e canali, più alto livello d’informazione, opinione pubblica più tonica, democrazia più sana.

Note

*1 fra tutti Dicey, Ldectures on the relation between law and public opinion in England during the nineteenth century, 1905.

*2 Epistéme: (dal greco επιστήμη) scienza, o conoscenza esatta delle cose.

*3 Disegno di Legge 1825 - Disposizioni per la disciplina del settore televisivo nella fase di transizione alla tecnologia digitale – presentato il 16 ottobre 2006 dal Ministro Gentiloni.
http://www.comunicazioni.it/normativa/pagina23.html
http://www.comunicazioni.it/binary/min_comunicazioni/normativa/ddl1825.pdf
Napolitano sulle orme di Ciampi

Un altro Capo dello Stato che vuole essere il Presidente di tutti

di Emanuele Bellato

Da lunedì scorso abbiamo un nuovo Presidente della Repubblica. Emblematico è stato il passaggio di consegne, suggellato da un abbraccio fraterno tra Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. In quell’abbraccio si sono stretti tutti gli italiani che hanno amato quello che si può definire uno dei migliori presidenti della storia repubblicana. Ciampi, pur essendo un uomo di parte ha sempre saputo essere super partes, ma soprattutto ha fatto riscoprire agli italiani l’amor patrio per la Nazione e per i suoi simboli, dal tricolore all’inno di Mameli.
Molti sono i punti di contatto tra i due Presidenti, dall’amicizia personale alla comune partecipazione alla guerra di liberazione nazionale. Entrambi sono accomunati dal tentativo di pacificare gli italiani, “calpesti e derisi perché divisi”. Stessa la collocazione di area politica, ma diversa l’adesione partitica. Carlo Azeglio infatti proviene dal Partito d’Azione mentre Giorgio Napolitano aderì fin da giovanissimo al Partito Comunista Italiano. Un’adesione dettata sicuramente da un’ansia di giustizia sociale, dal buio periodo del regime fascista, ma mai dogmatica. La storia politica di Napolitano si intreccia con la storia di quello che fu, almeno in Italia, il Partito dell’errore e non, come in buona parte del mondo, il Partito dell’orrore. Napolitano, capi’ ben presto che la giustizia doveva coniugarsi con la libertà, anche per questo nello stesso partito è sempre stato considerato un eretico, dalla presa di distanza dal PCUS, durante i giorni della Primavera di Praga, in cui la rivolta popolare magiara fu schiacciata dai carri armati sovietici, fino all’adesione alla svolta socialista della Bolognina. “Se siete onesti verrete dalla nostra parte” disse il socialista Filippo Turati, nel 1921 al Congresso di Livorno, che sanciva la scissione a sinistra del Partito Socialista e la creazione del Partito Comunista d’Italia. Napolitano che è indubbiamente una persona onesta l’ha capito prima dei suoi “compagni”, anche per questo scrisse alcuni anni fa un libro per spiegare la svolta socialdemocratica. Gli insegnamenti dell’“apostolo” Prampolini e del “Santo delle paludi” Massarenti, il sacrificio dei fratelli Rosselli, e l’umanesimo cristiano di Saragat sono sempre stati il faro illuminante del suo agire politico, per questo nessuna ombra grava sul suo passato, e chi afferma il contrario è solo in malafede.
Pierferdinando Casini che come Presidente della Camera, nominò Napolitano, presidente della Fondazione della Camera dei Deputati ha affermato: “è stato eletto un buon Presidente con un cattivo metodo”. Forse ha ragione, in quando doveva essere la maggioranza ad offrire una rosa di nomi alle opposizioni e non il contrario, ma delle volte, pur mantenendo le proprie convinzioni e le proprie rivendicazioni, bisognerebbe avere il coraggio di fare delle scelte coraggiose, come hanno fatto gli onorevoli Follini e Tabacci, che votando per Napolitano, hanno giustamente anteposto gli interessi della Nazione a quelli della propria parte politica.
Nel discorso di insediamento di Giorgio Napolitano il momento più significativo e toccante è stato il riverente e commosso omaggio reso ai nostri militari, caduti con la speranza di costruire un ponte di pace nei martoriati territori dell’Afganistan e dell’Iraq. Altro passaggio importante è stato il saluto al Pontefice Benedetto XVI e il riferimento alle comuni radici cristiane dell’Italia e dell’Europa.
Giorgio Napolitano sarà il Presidente di tutti, l’ha dimostrato da subito. Peccato che nella Casa delle Libertà si sia imboccata la strada dell’attendismo, se non addirittura del disconoscimento nei confronti della più alta carica dello Stato, e continuino a prevalere gli atteggiamenti irresponsabili di una minoranza piuttosto che il realismo e il buon senso di Fini e Casini. A Berlusconi, invece di tenere le braccia conserte, consigliamo di rimboccarsi le maniche e magari, invece di perdersi in inutili e sterili polemiche, seguire l’esempio del giovane leader conservatore inglese David Cameron, e formare un “governo ombra” capace di essere alternativo e nello stesso tempo propositivo, vero pungolo per chi pensa o crede, come la sinistra, di bastarsi da sola. Perché non è vero come cantava il menestrello De Gregori: “la storia siamo noi”. Il buon Napolitano l’ha capito e con noi canta “le storie siamo noi”, il popolo degli italiani ovunque nel mondo.
Potranno le scuse di Napolitano placare le urla di dolore di Via Andrassy 60 - Budapest?

di Dario Tomasello

A cinquant’anni dalla rivoluzione ungherese, repressa nel sangue dall’URRS, oggi tiene banco in Italia la vicenda dell’attuale Presidente Giorgio Napolitano. Il 22 Ottobre, in occasione della commemorazione del cinquantennio di questa mancata rivolta di popolo, il Presidente ungherese Laszlo Solyom, ha invitato tutti i presidenti europei compreso il Presidente della Repubblica italiana in funzione della sua carica.
Tuttavia, proprio il presidente italiano, ha una storia del tutto particolare in merito alla questione, infatti, in nell’occasione della rivolta, le sue parole furono: “L’intervento sovietico in Ungheria, evitando che nel cuore d’Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all’Urss di intervenire con decisione e con forza per fermare la aggressione imperialista nel Medio Oriente abbia contribuito, oltre che ad impedire che l’Ungheria cadesse nel caos della controrivoluzione, abbia contribuito in misura decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo”.
Ovviamente, queste parole non sono state dimenticate dai sopravvissuti di quei giorni di terrore, i quali si sono formalmente opposti all’invito rivolto al presidente italiano.
Ancora una volta, una parte dell’Italia ha difficoltà ad ammettere i massacri perpetrati in nome del comunismo percorrendo la strada più semplice, cioè insabbiare la storia, modificarla, rendenderla verosimile anziché veritiera.. Gli ungheresi non hanno ancora dimenticato quali nefandezze sono state compiute alla loro gente. Sarà forse perché è stata proprio la dominazione sovietica a causare la povertà diffusa in cui ancora si trova la nazione, oppure sarà perché tanti sono i segni ed i monumenti eretti in memoria di quel terribile periodo, o sarà forse perché i russi hanno abbandonato quella terra nel 19 Giugno 1991 (due anni dopo la caduta del muro di Berlino), cioè solo quindici anni fa?
In particolare, tra tutti i “monumenti”, musei e luoghi storici, uno ha una carica emotiva ed una valenza storica superiore agli altri. Quella che una volta è stata la “house of loyalty” (casa di fedeltà) durante la dominazione tedesca, è divenuta poi la “state security office” (ufficio di sicurezza dello stato), ma oggi è chiamata “Terror Hàza”, nonché “House of Terror”, cioè la casa del terrore. Questo edificio, è stato per un anno teatro delle torture e quartiere generale nazista a Budapest, per poi diventare, dal 1945 al 1956, il luogo nel quale le organizzazioni comuniste interrogavano e torturavano i loro sospettati. Via Andràssy 60 Budapest (questa l’ubicazione dell’edificio) è stata per quindici anni teatro di “inimmaginabili e terrificanti interrogatori che duravano per settimane” durante i quali “molte delle vittime morirono”. Continuando, “Coloro che sopravvivevano alle torture fisiche e dell’animo erano pronti a firmare ogni documento”.
Questo è quanto scritto in ungherese ed in inglese sulla guida distribuita nella “casa del terrore”, contenente una breve cronistoria degli avvenimenti che segnarono la storia di questo palazzo, definito “statua del terrore, monumento alle vittime”.
Fu grazie ad una serie di informatori sovietici, un esercito ombra, che “i comunisti vennero al potere, costruendo e preservando la loro egemonia – un regime tirannico che sequestrava, maltrattava o rendeva disabile una persona ogni tre famiglie”.
“La casa del terrore dimostra oggi che i sacrifici compiuti in nome della libertà non sono mai futili. Dalla lotta tra i due sanguinosi regimi, il potere della libertà e dell’indipendenza è emerso vittorioso”.
Queste sono le parole conclusive di questa piccola guida. Impossibile non notare il fortissimo attrito con quanto sostenuto dall’attuale Presidente della Repubblica in quegli anni.
Sebbene egli abbia ritrattato in maniera “abbastanza fievole” quanto sostenuto attraverso un libro, condivido in toto l’idea di Renato Farina il quale, su Libero, ha lanciato un appello: “che Giorgio Napolitano partecipi a questa commemorazione. Che Giorgio Napolitano si scusi pubblicamente (come in privato ha già fatto con un libro) per la sua posizione di allora. Che Giorgio Napolitano, che ha dichiarato di essere “socialdemocratico da trent’anni”, dichiari che il comunismo è il più grande crimine dell’umanità”. Secondo me, sarebbe auspicabile che queste scuse venissero dall’interno dell’edificio sito in Via Andràssy 60 anche se, non credo che le scuse postume possano riuscire a lenire i tormenti delle anime di quanti tra quelle mura, sono morti tra le più inimmaginabili sofferenze, così come quelle di tutti coloro che sono stati uccisi altrove e di tutti coloro che sono stati costretti ad abbandonare la loro terra, in nome della “pace nel mondo” come ha sostenuto il comunista Giorgio Napoletano.


Manifestazione a Roma 21 giugno 2006
Liberalcafe Quotidiano Liberale
Giovani dell’Italia dei Valori
Giovani LiberalDemocratici
Federazione dei Liberali
Gioventù Liberale
esponenti LYMEC


insieme per
una manifestazione a Roma e una Petizione on line per contrastare il devastante default argentino e dimostrare la loro grande preoccupazione per le pesantissime perdite economiche subite dagli investitori e dai risparmiatori italiani

Mercoledì 21 Giugno - ore 11.00
Ambasciata dell’Argentina - P.zza dell’Esquilino, 2 - Roma


In occasione della visita a Madrid del Presidente argentino Nestor Kirchner, i Giovani dell’Italia dei Valori, Liberalcafe Quotidiano Liberale, la Federazione dei Liberali, la Gioventù Liberale, i Giovani LiberalDemocratici, membri del LYMEC e molte associazioni di cittadini e consumatori, chiedono al Presidente del Consiglio Romano Prodi, al Suo Governo e ai nuovi membri della Camera dei Deputati e del Senato, di esprimere la più profonda preoccupazione e di osservare con molta più attenzione la condotta del Governo argentino. In particolare dopo lo storico default del 2001.
Anticipando la visita europea del Presidente Kirchner, i movimenti di area Liberale hanno organizzato una protesta davanti all’ambasciata dell’Argentina, a Roma (P.zza dell’Esquilino, 2), programmata per Mercoledì 21 Giugno alle ore 11:00, per dimostrare la loro grande preoccupazione per le pesantissime perdite economiche subite dagli investitori e dai risparmiatori italiani in conseguenza del devastante default argentino. Una delegazione di partecipanti consegnerà virtualmente all’Ambasciatore argentino e al Primo Ministro Romano Prodi, una petizione per sottolineare il profondo sconforto dovuto ai continui rifiuti del Presidente Kirchner, di onorare il debito contratto dal suo paese con gli investitori italiani. La petizione vorrebbe inoltre testimoniare lo scarso interesse mostrato dal Governo italiano in questo importante proposito.
I Liberali italiani chiedono al Governo italiano di “ intervenire urgentemente, negando qualsiasi tipo di aiuto al governo argentino, almeno fino a quando il suo Presidente non dimostrerà la volontà di ripagare i debiti della nazione e di onorare il contratto con gli investitori italiani” ha dichiarato Giuliano Gennaio, direttore di Liberalcafe Quotidiano Liberale.
“La gigantesca ristrutturazione del debito (SWAP) dell’Amministrazione Kirchner non è soltanto epica nelle dimensioni ma rappresenta una pesantissima perdita per l’economia italiana. Si può solo cominciare ad immaginare quanto ciò significhi per gli Italiani in termini di diminuzione della produttività economica e di posti di lavoro non creati, e quanto ciò significhi per quegli individui che di colpo hanno visto sfumare i loro piani per la loro vecchiaia”, ha aggiunto il Segretario Politico della European Liberal Youth (LYMEC), Pietro Paganini.
“Pensando anche ai tanti italiani che hanno contribuito allo sviluppo dell'Argentina noi, Giovani dell' Italia dei Valori, vorremmo tornare a vedere in quel grande Paese un partner economico responsabile ed affidabile per l'Europa e soprattutto per noi italiani, non uno stato isolato dagli scenari dell’economia globale."ha spiegato Lorenzo Di Pietro, Segretario dei Giovani dell’Italia dei Valori.
Oggi l’Argentina deve milioni di euro a migliaia di cittadini, l’equivalente di circa 67 E per ciascun italiano. Molte persone hanno visto sfumare i risparmi di una vita. Salvatore Italia, Segretario dei Giovani LiberalDemocratici dice: “noi vorremmo che l’Argentina possa essere un partner responsabile e affidabile nello scenario dell’economia globale, non uno stato isolato, unito alla troika Castro-Chavez-Morales”.
La protesta si terrà il 21 Giugno alle ore 11:00, davanti all’Ambasciata argentina di Roma, P.zza dell’Esquilino.

In allegato il testo della petizione che oltre alle molte firme dei manifestanti è stata già firmata dall’onorevole Daniele Capezzone, Rosa nel Pugno, Presidente della commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati.

Petizione

Egr. Primo Ministro Romano Prodi,
Vorremmo esprimerLe il nostro più vivo sconcerto per le pesantissime perdite economiche subite dagli investitori italiani in conseguenza del default argentino. I continui rifiuti di onorare il debito con gli investitori italiani da parte del Presidente Kirchner ci allarmano molto. Siamo molto preoccupati per lo scarso interesse mostrato in proposito dal Governo italiano. Siamo particolarmente amareggiati e ci sentiamo impotenti, così come lo sono moltissimi investitori italiani che in un solo colpo e non per colpe proprie, hanno perso una grossa parte (qualcuno ha perso tutto) degli investimenti e dei risparmi frutto dei sacrifici di una vita. Quegli stessi risparmiatori si trovano oggi, loro malgrado, a subire i continui rifiuti del Governo argentino di rispettare gli obblighi internazionali.
Ancora prima di incassare due prestiti addizionali dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) nel 2001, per un totale di 23 miliardi di dollari USA, doveva essere chiaro che il Presidente argentino avrebbe fatto gravare su qualcuno il default. Alla fine, come tutti sappiamo, si è verificato il peggio: l’Argentina ha scaricato il proprio default su tutti, compresi milioni di investitori italiani.
L’Argentina si rifiuta di pagare il debito; oggi deve 3,9 miliardi di Euro agli investitori italiani, in altre parole è come se l’Argentina dovesse 67 Euro a ciascun italiano. Questa cifra è emblematica e non necessita di ulteriori spiegazioni che ci lascino intendere la ricaduta che il mancato adempimento del debito argentino sta avendo sulla nostra economia, in termini di diminuzione della produzione e mancato incremento dei posti di lavoro. Molti investitori avrebbero fatto fruttare i loro risparmi in attività produttive, invece ora non possono e a pagare non sono solo loro, ma l’intero sistema paese.
Il danno non è solo economico.
Non possiamo dimenticarci lo sconforto psicologico che molti italiani oggi devono scontare, dopo che le loro aspettative, le ambizioni e i sogni coltivati nel corso di un’intera vita di sacrifici e risparmi sono stati disattesi, per colpe non loro.
Una situazione molto simile si è già verificata nel secolo scorso, quando il Venezuela andò in default sul suo debito interno. Allora, Germania, Gran Bretagna e Italia, bloccarono gli scambi con il paese latinoamericano. Il blocco durò fino a quando il governo Venezuelano si decise a ripagare tutti i debiti.
Il Governo italiano non ha agito nello stesso modo quando nel 2001 il Governo argentino decise per un default di 81 miliardi di dollari di bond.
Lo swap del gigantesco debito dell’Amministrazione Kirchner non è soltanto epico in cifre, ma a circa 35 centesimi di Dollaro USA, non è nemmeno assimilabile alla cifra che l’Argentina deve agli investitori italiani. Invece di impegnarsi per offrire un compenso equo ai propri creditori, l’Argentina si inventata 152 varietà di nuovi bond che certamente, contribuiranno a causare ulteriori disagi per gli investitori e per l’economia italiana.
Il Governo Argentino ha offerto un bond a 42 anni. Non facciamoci ingannare. Nessun governo latinoamericano ha mai pienamente ripagato un bond, nemmeno uno a 30 anni. La situazione è persino peggiore di come sembra, perché non dobbiamo dimenticare che per la quinta volta negli ultimi 175 anni l’Argentina è andata in default sul suo debito estero.
La politica irresponsabile del Presidente Kirchner, di non onorare parte del proprio debito, rischia di mettere a dura prova la storica “fratellanza” tra italiani e argentini. La politica argentina non causa danni solo all’estero, ma rischia di mettere inevitabilmente a rischio anche gli ultimi successi della propria economia, allontanandola dagli investimenti di capitale estero e soprattutto italiano. I capitali si allontaneranno rapidamente.
La volontà del Presidente Kirchner di non onorare i debiti con gli investitori italiani dimostra quanto l’economia argentina sia ancora poco affidabile.
Chiediamo perciò al Governo italiano di intervenire urgentemente, negando qualsiasi tipo di aiuto al governo argentino, almeno fino a quando il Suo Presidente non dimostrerà la volontà di ripagare i debiti e onorare il contratto con gli investitori italiani.
Ci dispiace anche portare alla Vostra attenzione il fatto che il Governo argentino si stia sempre più allineando alle politiche di paesi come il Venezuela e la Bolivia. Le politiche del Presidente Chavez e del Presidente Morales infatti, per esempio per citarne una, l’espropriazione degli investimenti internazionali, mettono in pericolo gli investitori italiani e in generale, cancellano i progressi economici più registrati di recente in America Latina.
Il Suo Governo dovrebbe esprimere la Sua più profonda preoccupazione per questi ultimi spiacevoli sviluppi che si scontrano con la politica internazionale del nostro paese e anche con quella della UE.
Vorremmo che il Suo Governo reagisse per salvaguardare gli interessi dei propri cittadini e per difendere la propria economia. La decisione finale è certamente nella mani del Presidente Kirchner. Tuttavia, come italiani e come europei ci dobbiamo chiedere se l’Argentina vorrà essere un partner responsabile e affidabile nello scenario dell’economia globale o se tenderà ad isolarsi come sta facendo con sempre più insistenza la Troika Castro-Chavez-Morales?
La posta in gioco è molto alta, e non riguarda soltanto gli investitori italiani o i cittadini argentini, ma anche e soprattutto, le future relazioni tra l’Europa e l’America Latina.

Cordialmente,

Pietro Paganini
Giuliano Gennaio
Lorenzo Di Pietro
Salvatore Italia
………………

Dallo sciopero alla grande coalizione generazionale

Lo spirito Costituente per rinascere
Cronaca dell’incontro di Società Aperta Giovani sulla attività politica giovanile

di Antonio Picasso

“La Costituzione è la nostra primaria difesa contro la gerontocrazia e per il rinnovo della classe dirigente. Ecco perché le tante realtà politiche giovanili dovrebbero aprire un confronto sulla base dello spirito costituente che ha fondato la Repubblica Italiana”. È questo il messaggio che ha lanciato il presidente di Società Aperta Giovani, Luca Bolognini, a conclusione del convegno che si è tenuto il 16 maggio a Roma, dal titolo “Dallo sciopero alla grande coalizione generazionale”, al quale hanno preso parte Vittorio Alberti, responsabile politiche giovanili della Margherita, il delegato per il Lazio di Primavera di Centro, Alan Baccini, il portavoce del Forum Giovani, Cristian Carrara, il consigliere comunale dell’Ulivo, Cesare Costantini, il presidente dei giovani di Confagricoltura, Gerardo Diana, il segretario dei Giovani Liberaldemocratici, Salvatore Italia, il coordinatore esecutivo nazionale dei giovani della Margherita, Luciano Nobili, e infine Samuele Pii, presidente della Gioventù Federalista Europea. “La prima parte della Costituzione italiana è validissima, tuttavia non è un tabù – ha proseguito Bolognini – e le tante pagine che ci coinvolgono dovrebbero diventare il primo argomento di un vivace e costante confronto politico. Basta pensare ad articoli come il 33 (che apre la questione sull’istruzione e sul valore legale del titolo di studio, ma anche delle liberalizzazioni degli ordini professionali), il 35 (in merito ai principi di welfare delle opportunità quanto mai futuribili), il 9 (sulla tutela del “paesaggio” e non di ambiente) o come il mancato riferimento all’Europa. La coalizione neogenerazionale può e forse deve avvenire nella sfida per l’integrazione di una pluralità di nuovi valori e per il disegno condiviso di grandi riforme”. “E la sfida Costituente si vince sia a livello nazionale che europeo”, ha aggiunto Samuele Pii. “Ma solo se i cittadini saranno i veri attori in Italia e nell’Unione Europea in questa costruzione di un nuovo patto sociale, di una vera democrazia sovranazionale”. Salvatore Italia, a sua volta, ha sottolineato che “La Costituzione è e rappresenta lo spirito e la coscienza di una società, pertanto l’elaborazione di una nuova Carta non può prescindere da quelle che sono le aspirazioni e i valori di cui le nuove generazioni sono originarie portatrici”. Nel suo intervento, Cesare Costantini ha indicato che “la promozione della cosiddetta cittadinanza attiva come una componente fondamentale nel dibattito nazionale e sovranazionale in tema di riforma della Costituzione. Affinché le scelte siano quanto mai condivise e i giovani possano giocare un ruolo consultivo e partecipativo nella stesura”. Vittorio Alberti, forte della sua esperienza nella Margherita, ha voluto sottolineare la necessità di rigenerare l’idea di partito, “strumento ancora attuale per l’attività politica nel nostro Paese”, ha spiegato. Alberti, tuttavia, non dimentica che la politica deve recuperare serietà, confronto e onestà. “Le tre qualità primarie per l’amministrazione dell’Italia e soprattutto per la sua ripresa”. E anche Cristian Carrara si è voluto soffermare sulla rigenerazione etica della attività politica. “Perché, auspicando la creazione di una grande coalizione generazionale, questa dovrà essere costruita sulla condivisione di valori fondamentali”. E non solo. Carrara ha aggiunto che “di fronte a un Parlamento in cui gli under 39 sono solo il 10%, bisogna anche pensare a una strategia politica condivisa. E contare dove si è può essere contati”. Per poi concludere: “D’altro canto, questo è forse l’aspetto più difficile del nostro impegno”. Anche Luciano Nobili ha voluto sottolineare le difficoltà che una politica giovanile nuova, e esterna alle ingessature partitiche, comporterebbe. “Siamo tutti d’accordo, infatti, sullo sciopero generazionale. Restano da chiarirne le modalità di esecuzione”, ha detto. “Per esempio, io non penso che ci possiamo permettere una chiusura improvvisa nel rapporto con chi consideriamo adulto. Perché la dialettica e il confronto restano essenziali”. Nobili, infine, ha ironizzato sulla creazione di un ministero per i Giovani. “A noi non serviva un dicastero che ci rappresentasse, ma un ministro giovane. O forse anche più di uno”. È intervenuto poi Alan Baccini. “Noi abbiamo una carta in più da giocare – ha detto – è cioè trattare con migliore destrezza l’attualità. Se noi riuscissimo a uscire dalla logica delle casacche, potremmo dimostrare quanto siamo preparati sulla modernità, sul cambiamento e quanto teniamo al futuro, rispetto alle generazioni che ci precedono”. In rappresentanza del grande e variegato mondo dell’imprenditoria giovanile, Gerardo Diana ha espressamente ricordato quanto il mondo dell’impresa insista nel tendere la mano alla politica. “Quest’ultima ha il potere di programmare e definire un progetto-Paese. Mentre i privati sono in grado di fornire lungimiranza e risorse per gli investimenti”, ha spiegato. “Unendo queste forze e queste capacità, possiamo veramente guidare il Paese verso il futuro che desideriamo”. Ma è nelle parole conclusive di Bolognini, che si può percepire il messaggio fondamentale lanciato dall’incontro. “Società Aperta Giovani auspica la rinascita di uno spirito costituente. Il livello più alto, e più aulico, del confronto politico”. Un impegno oneroso, ma anche il più nobile. “Perché un dibattito sulla Costituzione, sia sul territorio nazionale, che a livello europeo, non può che costituire la strada migliore da percorrere da parte della nostra generazione”.
I sommersi e i somministrati
di Lorenzo Lo Basso

Dal profondo formicaio che è l’attuale mondo del lavoro, sono in pochi ad uscire indenni, a trovare l’uscita giusta; si dovrebbe dire sbocco, prospettiva, ma non è così. La situazione, ben fotografata dall’Istat e dal Censis, sperimentata della maggior parte dei ragazzi nel mondo del lavoro, non è infatti quella di un’apertura sul mondo, di un affaccio sulla vita, bensì si tratta di un cunicolo pieno di insidie: ex “Co.co.co”, ora “Co.co.pro”, somministrazione, determinato, inserimento, apprendistato, formazione lavoro. L’occupato – non occupato segue un iter abbastanza comune, iniziando a lavoricchiare durante lo studio, per pagarsi le vacanze, o magari la moto, ma non si rende conto, fino al secondo o terzo anno consecutivo, dell’effettiva e quasi ineludibile, ciclicità del fenomeno. Prima impiegato sei mesi, poi tre a casa, poi altre quattro settimane in azienda, poi data entry, poi la stagione estiva passata metà in ferie forzate, metà come assistente in un call center. Chi entra nel tunnel del lavoro precario difficilmente ne esce, sia per ovvie ragioni di formazione ed esperienza – sono insufficiente pochi mesi per creare una vera professionalità – sia perché non si ha il minimo dominio sulla propria vita. Questa, più che seguire un filo minimamente definito, è ostaggio della momentaneità. Vengono meno le sicurezze, la necessaria possibilità di programmazione, ma soprattutto a calare alla fine è la fiducia. Non di rado un occupato – non occupato passa dalla frustrazione alla rabbia, e dalla rabbia alla rassegnazione, fenomeno certificato dal calo delle iscrizioni nelle liste di collocamento e disoccupazione. In primo luogo a cedere è quella fiducia che solitamente si ripone nel sistema, sociale e paese; a seguire cala la fiducia nel lavoro stesso come mezzo di affrancamento dal bisogno e di affermazione personale.
Quindi a subire una dura, forte, ma soprattutto, costante, erosione è l’autostima. Sentendosi incapaci a trovare il lavoro giusto, inadeguati ed insoddisfacenti, i ragazzi lentamente lasciano scivolare via i sogni e le ambizioni, andando avanti per inerzia, giorno per giorno, in un limbo fatto di insofferenza e insoddisfazione.
Una società che permette questo non fa altro che castrare se stessa, privandosi, non solo dei cervelli, ma anche delle braccia che un domani la dovranno nutrire e sostenere, dato che oramai la parola crescita è ben oltre l’utopia. Questa generazione di “under 35” è la prima dal dopoguerra ad avere mezzi e prospettive inferiori in termini di benessere, ma soprattutto di qualità della vita, delle precedenti, e tale scollamento diviene sempre più evidente. Da qui la necessità assoluta di implementare politiche sociali di sostegno e nuovi ammortizzatori sociali: agevolazioni fiscali davvero consistenti nei primi anni di attività economico lavorativa, bonus ai nuovi nuclei familiari, incentivi alle nascite, mutui sociali. E sia ben chiaro che non si tratta di regali, né tantomeno di rivendicazioni aprioristiche, bensì di opportunità che una società avanzata, basata sulla socialità e sulla tutela dei diritti, deve offrire.
Se non si è capaci di tenere fede a quei valori su cui il vivere comune è stato fondato ai tempi dei Padri Costituenti e rafforzato dalle molte conquiste civili degli ultimi cinquant’anni, meglio non abusare della definizione di Welfare state, ne andrà benissimo anche un’altra meno impegnativa.

Alcide De Gasperi: Un europeo venuto dal futuro
La figlia Maria Romana ha ricordato a Vicenza la figura del padre e del leader della Democrazia Cristiana

di Alessandra Imoscopi

Nei giorni scorsi si è tenuto, presso la Sala Congressi della Camera di Commercio di Vicenza, un convegno dal titolo: “Alcide De Gasperi uomo e politico”, organizzato dal Centro Culturale “Luigi Sturzo”. A questa importante iniziativa ha partecipato, come relatrice, la figlia dell’illustre statista trentino, Maria Romana De Gasperi.
“Mio padre era un uomo di Fede – ha esordito Maria Romana – e la sua Fede nel Cristianesimo l’ha aiutato nella vita personale e nella vita di governo, quest’ultima animata allora da grandi turbolenze. Oggi infatti ci meravigliamo quando vediamo alla televisione scene in cui si dicono parole grosse alla Camera o al Senato: ai tempi di mio padre volavano invece i calamai e le tavolette, c’era una certa violenza a volte pesante che fortunatamente oggi non c’è più. Ai tempi di mio padre c’erano forse scelte di civiltà molto più importanti da prendere rispetto a quelle che ci sono da prendere oggi”.
In occasione del 50° anniversario della morte per far rivivere l’attualità del suo pensiero, la fede nella libertà, l’esemplarità della sua vita di cristiano, la Fondazione Alcide De Gasperi ha allestito al Palazzo dell’Eur, a Roma, una mostra dal titolo: “Un uomo venuto dal futuro”. Ecco come ne ha dato notizia la figlia: “l’abbiamo pensata e realizzata soprattutto per i giovani, che al giorno d’oggi non hanno molta voglia di leggere libri su libri per documentarsi, ma preferiscono le immagini poiché sono più immediate. Nella mostra ci sono solo due foto di mio padre da bambino: in realtà sono le uniche rimaste, poiché le altre sono andate perse, le abbiamo comunque volute inserire per far vedere dove nacque”. E da quelle foto partono molti ricordi: “aveva il Certificato di Povertà, che gli consentiva una riduzione delle tasse. Dopo gli studi a Trento, si iscrisse all’Università. Allora il Trentino era sotto l’Austria, quindi andò a Vienna. Furono per lui anni di gran sacrificio, in cui per scaldarsi arrivò anche a bruciare delle cassette di legno. Sua madre una volta voleva mandargli 5 fiorini, ma egli rifiutò: dato il suo carattere forte e orgoglioso affrontava e viveva in modo diverso le difficoltà che la vita gli poneva davanti. Andò a conoscere e strinse rapporti con molti lavoratori italiani che si trovavano in Austria, arrivando a far loro ridurre l’orario di lavoro. L’aver sofferto in prima persona la povertà e la fame l’aveva portato ad avere un’attenzione particolare per il bene degli altri. Era solito ripetere che mentre molti entravano in politica per sé stessi, lui lo faceva per passione. Mio padre è stato definito come un uomo in grigio, in realtà non era così: era un uomo sereno,umile, molto dolce, affermava che un cristiano non può essere senza speranza e che la libertà e la giustizia sono figlie di Dio, ha sempre cercato di capire l’animo di chi gli stava intorno, anche in politica, anche coi suoi avversari. Nel 1903 scrisse ad un amico: “E’ importante trovare politiche, strategie, formule tecniche per governare, ma l’essenziale è arrivare al cuore dell’uomo, migliorare l’uomo nei suoi rapporti con l’uomo”.
Poi arrivò il regime fascista e l’allontanamento forzato dalla politica attiva e di conseguenza dalla Segreteria del Partito Popolare Italiano: “durante il periodo fascista faceva il soprannumerario alla Biblioteca Vaticana, e dimostrò che si può essere grandi anche in un piccolo posto, precario”.
Il carattere e l’umanità dello statista trentino emergono chiaramente anche dalla raccolta di lettere che scrisse alla moglie, “Cara Francesca”, pubblicate dopo la morte di lei , in cui sono evidenti sia il lato passionale che quello spirituale.
“De Gasperi – ha proseguito Maria Romana – fu un precursore delle idee sull’Europa Unita, che secondo lui doveva cominciare dall’unità degli eserciti: l’esercito infatti non poteva vivere, nel suo pensiero, se non sotto una politica unitaria. Noi oggi abbiamo fatto grandi passi in tema di Europa Unita, ma partendo dal lato economico. Mio padre, insieme ad Adenauer e Schumann, fece tanti progetti, poi tutto si è fermato non solo perché sono morti tutti e tre, ma perché a mio giudizio sono mancati i sogni”.
E per concludere un insegnamento ai politici dei nostri giorni: “A chi gli chiedeva cosa significasse governare, mio padre rispondeva che per un uomo di sentimento governare porta con sé una inevitabile sensazione di sconforto, perché si vede lo scontro tra le molteplici necessità e la ristrettezza dei mezzi a disposizione, comunque posso dirvi che né gloria, né abbandono, né ingratitudine, cambiarono il suo animo”.
Dopo l’intervento di Maria Romana De Gasperi, è stato lasciato spazio a domande, curiosità e dall’assemblea sono emerse varie domande.

- Signora De Gasperi, può dirmi qualcosa riguardo alla vicenda detta “Operazione Sturzo”?

Va innanzitutto precisato che Sturzo in realtà non ha avuto niente a che fare con l’ Operazione Sturzo, solo il nome è lo stesso. Papa Pio XII, che temeva il comunismo e che la sola Dc non ce la facesse , spinse per far sì che nascesse un governo formato da DC e MSI, ma De Gasperi si oppose in modo forte e chiaro. Successivamente mio padre chiese ripetutamente, anche per vie ufficiali, di poter avere un’udienza col Papa per chiarire i contorni della vicenda, ma gli fu sempre negata questa possibilità. Non incontrò mai Papa Pio XII. Mio padre in quell’occasione disse: “ Come cristiano posso accettare l’umiliazione che mi è stata inflitta, ma come Presidente del Consiglio, un ruolo di cui non posso spogliarmi, non la posso accettare”. Credo che molto in questo fatto sia dipeso dai collaboratori del Papa, che non hanno descritto al Papa chi era davvero mio padre. Alla morte di mio padre, comunque, fu proprio Papa Pio XII a volerlo far tumulare nella Chiesa di San Lorenzo, segno che possiamo interpretare come un ripensamento da parte sua”.

- In merito alla Questione Istriana suo padre come la pensava?

Mio padre amava quelle Terre e fece di tutto per riaverle, tuttavia morì senza che la questione fosse risolta. Così come amava il Trentino - Alto Adige, che vedeva come una porta verso l’Europa. Oggi mi fa soffrire vedere come molti sindaci trentini abbiano costantemente pretese, rivendicazioni e arrivino addirittura ad appellarsi all’Austria, dopo tutto ciò che hanno avuto fino ad ora.

- Ricordo il viaggio in treno della bara di suo padre. Il treno avrebbe dovuto fermare solo nelle città più grosse. Io da giovane vidi quel treno a Legnago, tra Verona e Mantova. La gente fece fermare il treno anche lì , occupando i binari, per rendergli omaggio…

Sì, questa è una delle tante testimonianze che fa capire che mio padre era stato capito dal popolo. Anche oggi dovremo riscoprire l’importanza della tolleranza, della spiritualità, della serenità.

- Mi può dire qualcosa di quando suo padre andò a trovare Togliatti in ospedale dopo che era stato ferito?

Mio padre, come ho detto prima, era abituato a guardare all’animo delle persone e ciò valeva anche per i suoi avversari politici, per cui la sua visita a Togliatti non ha nulla di straordinario.

Ha chiuso l’incontro il Vescovo Emerito di Vicenza Pietro Nonis che ha detto: “Ringrazio Maria Romana De Gasperi per la sua testimonianza di mansueta sollecitudine, dobbiamo rendere grazie e Dio per quel che suo padre ha potuto fare. Penso che la Chiesa, sul buon esempio di Giovanni Paolo II, non possa che chiedere perdono per situazioni che grandi personaggi della Chiesa stessa non hanno potuto evitare. Penso anch’io che l’ “incidente Sturzo” sia stato una colpa dell’entourage di Papa Pacelli, più che del Papa stesso. Lo stile di suo padre, antesignano dell’Europa, ed il suo, Maria Romana, sono stili di vita di cui avremo tanto bisogno al giorno d’oggi”.
Profili costituzionali della crisi di governo

di Enrico Gagliardi

Mercoledì 21 febbraio ore 14,58, al Senato della Repubblica si consuma l’ultimo atto di questo governo. Attraverso le parole di Franco Marini viene, di fatto, formalizzato l’inizio della crisi della maggioranza. La mozione presentata da D’Alema, quella sulla politica estera, non viene approvata per 2 voti: inevitabile arrivare dunque ad un momento di “sofferenza istituzionale”. Determinanti sono stati i voti contrari e le astensioni (che in Senato producono, nei fatti, i medesimi risultati) di determinati personaggi prontamente identificati: alcuni senatori a vita ma soprattutto due persone appartenenti a partiti della maggioranza. Una situazione del genere era ampiamente prevedibile, probabilmente solo una questione di tempo.
Un dato è certo comunque: questo governo non è caduto formalmente, cioè non è andato sotto in seguito alla proclamazione di una questione di fiducia (meccanismo che tra le altre cose non trova formalizzazione nella nostra Carta Fondamentale ma che viene comunque utilizzato praticamente da sempre tanto da far pensare alla creazione di una consuetudine costituzionale in tal senso). Dunque chiedere elezioni anticipate non sarebbe giuridicamente plausibile; il problema però rimane ed è anche piuttosto complesso.
La notizia è che si andrà verso un Prodi bis anche se qualcuno riteneva più auspicabile un governo di larghe intese. Proprio in relazione a questa ultima ipotesi però vi sono alcune considerazioni da fare: sono tanti i costituzionalisti che ritengono un’opzione del genere poco corretta poiché nei fatti, partiti eletti con una determinata area politica andrebbero a sostenere così la maggioranza dell’opposto schieramento con un evidente vulnus al principio di rappresentanza popolare che la nostra Costituzione solennemente proclama. Lo stesso dicasi per l’ipotesi di scioglimento delle Camere da parte di Napolitano con conseguenti elezioni anticipate: questo potere attribuito dalla Costituzione al Presidente della Repubblica comunque deve essere esercitato (questa l’opinione prevalente della dottrina costituzionalistica) in armonia e di concerto con il Capo del governo il quale deve ovviamente certificare la fine della sua maggioranza parlamentare.
Nel caso concreto dunque Giorgio Napolitano rinviando Prodi alle Camere ha fatto una scelta criticabile sotto il profilo politico (con le stesse componenti si rischia fra poche settimane di ritrovarsi al punto di partenza) ma assolutamente prevedibile sotto quello costituzionale (allo stato dei fatti non si intravedevano alternative). A dirla tutta sono anche altri gli aspetti di dubbia legalità che caratterizzano l’intera vicenda della crisi di governo. Basti pensare anche al problema dei senatori a vita che tante polemiche ha suscitato già nell’immediato dopo elezioni quando si era ampiamente capito che la maggioranza dell’Unione al Senato era minima e che dunque abbisognava dell’apporto di queste figure. Tutti sanno infatti che i senatori a vita sono tali non certo per elezione ma perché nominati dal Presidente della Repubblica ex art. 59 della Costituzione; questo ovviamente non esclude la loro possibilità di votare. Nessuno dunque può contestare giuridicamente le posizioni dei senatori a vita (anche se far andare avanti una maggioranza con queste metodologie sembra davvero poco onorevole sotto il profilo politico) ma appare realmente paradossale, se non addirittura ridicolo, che certa sinistra massimalista vada cianciando circa complotti orditi dai poteri forti del nostro paese (frase che rievoca il noto “complotto demoplutogiudaico” di altri tempi) attraverso il voto dei senatori a vita, visto che gli stessi senatori erano ben accetti quando consentivano a questo governo di restare in piedi in più di un’occasione: in quel caso non si ricordano proteste circa ipotetiche trame orchestrate da figure occulte. Queste però sono osservazioni di ordine politico che in una più ampia riflessione squisitamente costituzionale non possono e non devono avere asilo.
Ora il governo in settimana si recherà nelle due Camere, dove con ogni probabilità riceverà la fiducia in grado di farlo andare avanti. Costituzionalmente dunque sembra rispettata la prassi in tal senso; in una democrazia parlamentare però grande peso hanno anche le dinamiche politiche che questa volta difettano di razionalità e di una visione di ampio respiro: conseguenze prevedili però quando si decide di intraprendere un percorso elettorale con determinati partiti.
Tentar non nuoce. Anche se è difficile

Ha vinto l'ingovernabilità. Ora l'Assemblea Costituente: Cronaca dell’incontro promosso da Società Aperta - Roma, 4 maggio 2006


Franchi, Pagnoncelli, Pezzotta e Tabacci concordi: un dibattito qualitativamente inusuale

Di Antonio Picasso

Un Paese a rischio per colpa di una politica irresponsabile. Un’Italia guidata due coalizioni che percepiscono l’impossibilità di governare con questi risultati. Perché il pareggio è evidente e lo confermano le cifre: né la Cdl né l’Unione hanno superato il 50%, tra i due schieramenti corre un delta di ventimila voti, pari allo 0,06%. Alla luce di questa insostenibile ingovernabilità e appurato che nessuno dei due leader, Silvio Berlusconi o Romano Prodi, può garantire cinque anni di governo, l’Italia ha bisogno di cambiare motore e aggiornare la Costituzione. Una proposta, avanzata da Società Aperta, che trova la sintesi più schietta nel titolo della manifestazione che si è tenuta ieri a Roma: “Ha vinto l’ingovernabilità, ora l’Assemblea Costituente”. All’appello del movimento presieduto da Enrico Cisnetto hanno risposto Paolo Franchi, editorialista del Corriere della sera, Nando Pagnoncelli (Ipsos), l’ex segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta e Bruno Tabacci, parlamentare Udc. Un incontro moderato dall’editorialista di Terza Repubblica.it, Davide Giacalone, il quale nel discorso di apertura ha esposto la tesi – “impegnativa e di difficile realizzazione”, come ha ammesso egli stesso –di Società Aperta. E l’idea di convocare una Assemblea Costituente, subito dopo il referendum sulla devolution del 25 giugno – “a prescindere da qualunque sia il risultato” – è stata approfondita da Cisnetto nel suo intervento (versione integrale pubblicata su Terza Repubblica.it http://www.terzarepubblica.it/articolo.php?codice=772). Forte della sua posizione di “notista” politico, Franchi ha voluto mettere in evidenza quali sarebbero gli ostacoli a un progetto tanto ambizioso. “Perché noi abbiamo a che fare con una classe politica incapace di interpretare le esigenze dell’elettorato”. Pur ammettendo la giustezza del necessario cambiamento e delle idee di Società Aperta, Franchi non ha nascosto le sue perplessità sulla realizzazione. “La Grosse Koalition, un eventuale terzo polo, la nascita di un Partito democratico sono tutte possibilità positive. Chiunque, tra riformisti e moderati, è d’accordo su queste analisi. Tuttavia, il problema è che entrambe le coalizioni hanno la sfortuna di reggersi su dei piedistalli di massimalismo”. Non solo, “la Costituente è sì una proposta importante, ma è altrettanto un problema antico, avanzato da forze politiche che, purtroppo, non hanno trovato dei sostegni consistenti”. Successivamente, Giacalone si è rivolto a Pagnoncelli, per chiedergli spiegazione del perché gli istituti di sondaggi, prima delle elezioni, non hanno saputo prevedere l’ormai famoso “pareggiotto”. Il presidente dell’Ipsos – senza giustificazioni – ha riconosciuto le tante possibilità di errore che gli osservatori possono commettere, “specie perché, prima del voto, si verificano avvenimenti le cui ripercussioni sono impossibili da prevedere”. D’altra parte, superata la fase calda delle elezioni, il cambiamento si deve sviluppare su alcuni elementi ben precisi: la fascia di astenuti, la nuova legge elettorale, ma soprattutto i temi che l’elettorato vuole sentirsi argomentare da suoi rappresentanti politici. “Certo, sono stati pochi coloro che non sono andati a votare – ha detto Pagnoncelli – ed erano elettori del centro-destra, sfiduciati e delusi da una Casa delle Libertà, improduttiva nei suoi cinque anni di governo, e da un Berlusconi impossibile da confermare”. Con questo proporzionale, inoltre, è sparito il rapporto tra il territorio (i cittadini di un collegio elettorale) e la rappresentanza (il politico candidato). “Questo ha creato, sia da una parte che dall’altra, una separazione tra le realtà sociali che costituiscono il Paese e la classe dirigente. Quest’ultima si aliena ogni giorno di più, si allontana e perde l’elemento rappresentativo che è basilare nella struttura democratica”. Analisi, questa, accolta in pieno da Pezzotta. L’ex segretario della Cisl, non celando un sentimento pessimistico, ha però ricordato che, stando così i fatti, questo è il risultato elettorale. “Chi ha vinto, seppur di poco, non può sottrarsi dal governare”. Pezzotta, però, non ha nemmeno escluso la possibilità, “anzi, il dovere immediato di avviare un dialogo tra le due coalizioni”. Perché l’Italia sta attraversando un declino strutturale preoccupante, che rischia di portarci all’esaurimento. E perché Cdl e Unione insistono nel presentare ai cittadini programmi sterili e lontani dai problemi reali del Paese. “Tuttavia, quella della Assemblea Costituente – ha aggiunto – è realizzabile solo se ci sono le condizioni politiche. Vale a dire dialogo e apertura tra le frange moderate e riformiste”. Ultimo a intervenire è stato Bruno Tabacci, il quale ha fatto una riflessione sul “declino del comune sentire”: vero dramma del Paese. “E a questo si accompagna l’evidente impreparazione della classe politica. Certo, ha ragione Pezzotta – ha detto il deputato Udc – nel dire che adesso è il momento per governare. Ma come?” Tabacci ha voluto sottolineare che, di fronte ai tanti temi delicati, “non solo la coalizione ora al governo rischierà ogni volta lo sfaldamento, ma tutto l’establishment parlamentare, inesperto e di evidente scarsa qualità, non sa e non saprà come rispondere”. Ed è su questo punto che Giacalone ha voluto concludere il dibattito. “Vi invito – ha detto – a confrontare quanto detto stasera con il dibattito politico che quotidianamente ci viene fornito dai media”. Con questa piccola provocazione, l’editorialista ha sintetizzato il vero messaggio di Società Aperta. Cambiare le regole, per cambiare e migliorare la politica. Cambiare la Costituzione, per spronare l’Italia a ripartire su un percorso migliore.
Ritorna DYRIGO - La Scuola di Formazione Politica di GLD

Dopo il successo dell’anno passato, i Giovani LiberalDemocratici sono orgogliosi di annunciarvi il lancio di Dyrigo II.
Dyrigo è la Scuola di Formazione Politica, totalmente apartitica, diretta ai giovani e realizzata esclusivamente da giovani.
L’iniziativa nasce dalla stretta collaborazione tra le diverse realtà associative facenti capo a Società Aperta Giovani, di cui i LiberalDemocratici sono parte attiva da ormai due anni.
La Scuola aprirà il 18 maggio con una tre giorni (ven. 18, sab. 19 e dom. 20 maggio) di studio e approfondimento alla riscoperta delle vicende pubbliche italiane dal dopoguerra ad oggi, rilette con il “senno di poi”: un percorso nel tempo che analizza gli effetti delle scelte politiche di ieri sulle prospettive future del Paese.
In segno di continuità con la passata edizione abbiamo di nuovo eletto a sede dei nostri corsi Villa Tuscolana: una villa settecentesca, oggi hotel a 4 stelle dotato di tutti i comfort moderni, e situata nella splendida cornice dei castelli romani nei pressi di Frascati.

La seconda edizione della Scuola di formazione politica DYRIGO è rivolta sia a chi già partecipò alla precedente edizione, sia a chi intenda frequentare per la prima volta. E' dedicata ai giovani, tra i 18 e i 35 anni, che vogliono conoscere e affrontare i principali problemi, le domande di cambiamento, i punti di forza e le possibili soluzioni della dimensione politica italiana ed europea. E' un’intensa tre giorni di studio dedicata a persone già attente ai temi politici, ma che ricercano una via più diretta e seria, più incisiva e storicamente informata per attivarsi con intelligenza e senza pregiudizi di parte verso il rinnovamento e lo spirito riformatore.

In Italia, il ricambio della classe dirigente si sta facendo attendere; eppure il nostro Paese ne ha un bisogno urgente, oppresso com'è da una cronica ingovernabilità che significa incapacità di accordi sociali e di grandi scelte condivise. Gli stravolgimenti istituzionali fatti a colpi di maggioranza, una condizione economica di declino ormai preoccupante e il crollo di credibilità a tutti i livelli – dal sistema bancario fino alle infrastrutture – ne sono prove dolorose. Ma come dar vita ad una nuova classe politica in grado di rispondere a queste esigenze, se i partiti non esistono più o comunque non sono più in grado di selezionare e formare nuova dirigenza? Dove e come s’impara la Politica? Come garantire l’efficacia del principio democratico, sopra ogni elitarismo o chiusura? Come rafforzare il primato nobile della Politica nella vita del nostro Paese? Bisogna ricreare le premesse, coltivare il terreno fertile per la nascita di un ceto politico di valore in Italia.

PROGRAMMA

Venerdì 18 maggio 2007

Ore 15.00
Arrivo e registrazione dei partecipanti

Ore 16.00
1946-1956: Anni di speranza e rinascita
Dall'Assemblea Costituente alla legge elettorale truffa, l'Italia del dopoguerra di fronte ai problemi della nuova democrazia: patti compromissori, errori, dialogo e lungimiranza nei lavori di fondazione della nostra Repubblica. Assetti istituzionali e spirito di ricostruzione di un Paese neonato.

Relatori:
Oscar Luigi Scalfaro, Giovanni Sabbatucci

Ore 18.00
Focus on: Quale forma per i partiti di nuova generazione?
Elezioni primarie, strutture interne innovative e metodi democratici vincolati: i partiti, oggi in crisi, come strumenti irrinunciabili della rappresentanza civile nell'Italia di domani.
Relatori:
Raffaele De Mucci, Domenico Fisichella

Ore 21.00
Cena-dibattito “Equilibri strategici, terrorismo, allargamento europeo”
Viviamo in una fase di sconvolgimenti nella politica estera e di timore di nuove guerre. Quali le possibili evoluzioni sul fronte mediorientale, europeo e asiatico? Incontro con l'esperto di strategia internazionale Andrea Margelletti.

Sabato 19 maggio 2007

Ore 8.30
1957-1967: Anni d'oro e di IRI
Crescita media del PIL sopra il 6% annuo, investimenti e consumi alle stelle, reddito pro capite quasi raddoppiato. L'intervento e le partecipazioni dello Stato in economia e l'apertura del mercato unico europeo come motori fondamentali del miracolo italiano.
Relatori:
Antonio Pedone, Antonio Marzano

Ore 11.15
Coffee Break

Ore 11.30
1968-1978: Anni di rivendicazioni e di piombo
Le rivoluzionarie contestazioni di studenti e operai, le nuove libertà, gli scontri di piazza, il terrorismo rosso e nero: l'inquietante percorso della società italiana, dalle tutele dei lavoratori fino alla cieca violenza politica. Genesi ed evoluzione degli opposti estremismi di allora, con uno sguardo al presente.
Relatori:
Emanuele Macaluso, Pierluigi Battista

Ore 13.00
Colazione di lavoro

Ore 14.30
1979-1993: Anni di debito e di consumo
L'alleanza Craxi-Andreotti-Forlani: le scelte giuste e i gravi errori. Le leve dell'indebitamento e della svalutazione della lira come strumenti della crescita italiana degli anni '80. Uno scenario internazionale complesso, dall'insediamento della Thatcher e di Khomeini alla caduta del Muro di Berlino. La crisi finanziaria del 1992 e l'"estrema riforma" di Giuliano Amato.
Relatori:
Arduino Paniccia, Pino Pisicchio

Ore 17.15
Coffee break

Ore 17.30
Focus on: Più Europa, più Stato, più mercato
Le politiche economiche del futuro, tra impostazioni neo-keynesiane, responsabilità sociale e libero mercato globale. Per superare il debito con la crescita.
Relatori:
Franco Debenedetti, Alfonso Gianni, Enrico Cisnetto

Ore 21.00
Cena – dibattito “Una generazione liquida”
La crisi di futuro per i giovani del 2000, in maggioranza precari e senza voce.
Incontro con il sociologo Giuseppe Tognon e Alessandro Rimassa, autore del bestseller “Generazione 1000 euro”

Domenica 20 maggio 2007

Ore 8.30
1994-2006: Anni di crisi e di svolta
La politica italiana travolta da Tangentopoli e la nascita della Seconda Repubblica. L'entrata nell'euro, un cambio ragionato male. I tentativi falliti di revisione costituzionale attraverso la Commissione Bicamerale. Dodici anni di riforme mancate e miracoli non realizzati. La stabilità senza governabilità. Dagli homines novi Berlusconi e Prodi di ieri fino alla gerontocrazia italiana di oggi.
Relatori:
Bruno Tabacci, Paolo Franchi

Ore 11.15
Coffee break

Ore 11.30
Italia 2007: Nuovo spirito Costituente
Trasformazione profonda del sistema politico, industriale e finanziario, nuova legge elettorale, infrastrutture materiali e immateriali, ricerca e università, liberalizzazioni, P.A. tecnologica e governo del territorio, federalismo europeo: per il rilancio dell'Italia servono grandi riforme coraggiose e appoggiate su solide basi. Idee per una nuova fase Costituente che riscriva le regole in maniera condivisa, efficace e responsabile.
Relatori:
Luciano Violante, Enrico Cisnetto, Giacinto Della Cananea

Ore 13.00
Colazione finale

Ore 14.30
Consegna degli attestati di partecipazione
* il programma non ha carattere definitivo e può essere oggetto di variazioni


OBIETTIVI
  • Analizzare in chiave storico-evolutiva il sistema politico, le istituzioni repubblicane, il modello economico e il capitalismo italiani
  • Esaminare le riforme realizzate e quelle auspicabili per il rilancio del nostro Paese nel contesto europeo e globale
  • Coniugare saperi provenienti da diversi campi
  • Fornire strumenti conoscitivi per interpretare con efficacia i processi politici ed avere una visione di prospettiva della realtà sociale
  • Interagire all’interno di soggetti politici, istituzionali e associativi
  • Realizzare un vero tessuto comunitario, formando una rete di cittadini che intendono impegnarsi concretamente per il loro Paese

METODO DI LAVORO
  • Interattivo, avendo come punto di partenza i partecipanti al corso con le loro aspettative, progetti, idee

  • Aperto all’attualità, evidenziandone i nodi critici con metodo analitico e induttivo per poi risalire a prospettive storiche e teoriche

  • Strutturato in seminari e laboratori, un percorso serratissimo di incontri, condotti da relatori che aiutano i partecipanti ad approfondire le tematiche in esame

  • Articolato, per ogni sessione di lavoro, in due parti: nella prima, con l’aiuto di esperti e personalità di grande rilievo, si esamineranno nel dettaglio i diversi argomenti; nella seconda, in forma di workshop, si promuoverà il confronto fra tutti i partecipanti

TARGET
Giovani, massimo trentacinquenni, che intendano affrontare lo studio dei fenomeni sociali e politici, che abbiano sviluppato interesse verso la Politica, che vogliano prepararsi anche professionalmente ad un impegno civile

DURATA
Full immersion di tre giorni, da venerdì 18 maggio (ore 15,00) a domenica 20 maggio 2007

SEDE
Grand Hotel Villa Tuscolana, via del Tuscolo Km 1,500 – Frascati (RM) www.villatuscolana.com

ISCRIZIONE
Quota di partecipazione di 250,00 euro.

La scheda di adesione deve essere compilata ed inviata entro venerdì 11 maggio 2007 al numero di fax +39 06 4885041 intestato a Società Aperta. Riferimento: Daniela D’Amico 06-4745514

La quota di iscrizione deve essere corrisposta interamente entro lunedì 14 maggio 2007 tramite bonifico bancario sul c/c numero 51701.80 intestato a Società Aperta Circoli per l'altra Italia, Banca Carige Ag.1 Dip. 381 Milano, ABI 06175, CAB 01601, IBAN IT45T0617501601000005170180, CIN T. Nella causale indicare “SCUOLA DI FORMAZIONE”. Non saranno riconosciuti rimborsi per disdette dal 11 maggio 2007 in poi.
Si chiede inoltre di inviare fotocopia del bollettino di pagamento, entro il 20 marzo, al numero di fax +39 06 4885041 intestato a Società Aperta. Riferimento: Daniela D’Amico 06-4745514.
***Per quanti avessero bisogno di fattura fiscale vi preghiamo di contattarci al numero +39 06 4745514 e vi forniremo tutte le indicazioni.

Per una visione completa di tutta l’organizzazione della Scuola e per scaricare la relativa scheda di adesione vi invitiamo a consultare il file Pdf sopra allegato.

Per visionare la mappa indicativa del percorso utile a raggiungere Villa Tuscolana fai click qui…

file pdf allegato (ultimo aggiornamento 22/04/2007 0.01.33)


DYRIGO II
ultima settimana per iscriversi!

Pubblichiamo la lettera Aperta del nostro Segretario Salvatore Italia, inviata agli amici Riformatori.

Care Amiche e cari Amici Riformatori,
anche quest’anno ho il piacere di farvi partecipi dell’avvio di DYRIGO, la Scuola di Formazione Politica nata da una stretta sinergia tra noi Giovani LiberalDemocratici, Dyalogue e LiberalCafè, le 3 associazioni che animano Società Aperta Giovani; a questo agreement associativo si è aggiunta quest’anno, con il suo supporto mediatico, La Voce d’Italia
.
Il Progetto DYRIGO nasce con l’intento di fornire una conoscenza del mondo politico e delle istituzioni libero dai condizionamenti di parte, al di là delle singole logiche di appartenenza alle diverse fazioni che compongono l’attuale quadro partitico.
Sebbene si sia giunti alla seconda edizione (DYRIGO I si è svolta con successo nella primavera scorsa) la nostra Scuola è ancora oggi un isolato esperimento e al tempo stesso un forte segnale di rottura con il passato tanto delle scuole di formazione politica di partito, quanto delle dinamiche gerontocratiche che bloccano il rinnovo della classe dirigente.
Un esperimento isolato perché DYRIGO è la prima Scuola organizzata e gestita direttamente da giovani e diretta esclusivamente ai giovani.
Ed ancora vuole essere un segnale chiaro che le giovani leve ci sono e che possono, anzi vogliono assolvere al difficile compito di progettare il proprio futuro.

Pensare un ricambio generazionale significa non solo trovare quegli effettivi spazi di concorrenza reale con il mondo senior, ma anche e soprattutto essere padroni di conoscenze adeguate e incondizionate che permettano di fare la differenza tra essere professionisti della politica e la mera pratica del politicare.

DYRIGO vuole essere tutto questo, ed oltre. Le modalità didattiche sono state, infatti, studiate affinché non ci si limiti ad un impersonale rapporto docente-discente, quanto piuttosto ad eleggere la Scuola quale sede naturale di incontro e confronto tra giovani appassionati della materia e le personalità della politica italiana, dei rappresentanti della cultura, del mondo accademico che vi parteciperanno in qualità di relatori.

La Scuola aprirà il 18 maggio con una full immersion di tre giorni (ven. 18, sab. 19 e dom. 20 maggio) di studio e approfondimento alla riscoperta delle vicende pubbliche italiane dal dopoguerra ad oggi, rilette con il “senno di poi”: un percorso nel tempo che analizza gli effetti delle scelte politiche di ieri sulle prospettive future del Paese.

In segno di continuità con la passata edizione abbiamo di nuovo eletto a sede dei nostri corsi Villa Tuscolana: una villa settecentesca, oggi hotel a 4 stelle dotato di tutti i comfort moderni, e situata nella splendida cornice dei castelli romani nei pressi di Frascati.

Per la lettura del programma dei lavori e per tutte le informazioni necessarie a parteciparvi vi invito a visitare la sezione Eventi del nostro sito web, all’indirizzo www.liberaldemocratici.it, oppure a contattare la segreteria dei Giovani di Società Aperta al numero: 06.4745514.


Un caro saluto,

Salvatore Italia


siti web associazioni partecipanti:
www.liberaldemocratici.it, www.dyalogue.it, www.liberalcafe.it, www.voceditalia.it

file pdf allegato (ultimo aggiornamento 06/05/2007 17.48.56)

MALEDETTI, BENEDETTI ITALIANI
Il cuore va a sinistra, l’anima va al centro e la ragione resta a destra

di Emanuele Bellato

Nella letteratura, così come nel giornalismo, è sempre esistita un’ampia schiera di denigratori e fustigatori degli italiani e dei loro costumi. Solo per citare alcuni nomi: Guicciardini, Malaparte, Barzini jr, Flaiano, Montanelli.
Eppure gli italiani, nell’ultima tornata elettorale, con il loro voto, hanno dimostrato estro, fantasia, dileggio verso gli acclamati vincitori, e poco è mancato che i festeggiati subissero loro la festa.
Gli italiani sono degli anarchici, di destra e di sinistra, che si tramandano inconsciamente gli insegnamenti dell’eretico Bakunin e della sua compagna Kuliscioff, mandati da Mosca in Italia per rivelare il verbo comunista e che invece fondarono una loro parrocchia, sempre rossa, ma insofferente alle regole. E questo lo scoprì, fino a pagarne le estreme e amare conseguenze, il Cavaliere, non quello di Arcore, ma quello di Predappio che nemmeno col bastone e la carota riuscì ad educare un popolo troppo indisciplinato e insofferente al comando e con poche ambizioni, se non quella di vincere una lotteria per potersi sposare ed acquistare una casettina in periferia. Altro che libro e moschetto fascista perfetto o passo dell’oca di staraciana memoria, altro che piccoli balilla o figli della lupa, gli italiani sono figli di buona donna…
Ma la notizia più importante di questi giorni è che non ci sarà nessun Romano Impero perché quella di Prodi è stata una vittoria di Pirro. Ben presto emergeranno tutte le anomalie di una maggioranza troppo eterogenea, il cui unico collante è l’antiberlusconismo. Certo, la fabbrica del professore (che ricorda tanto i MilanLab del rivale) ha sfornato un programma di ben trecento pagine, dove c’è tutto e il contrario di tutto, da cui non è lecito sgarrare, come ha più volte sentenziato il novello Mosè, sul monte Sinai, con le tavole della legge . Eppure dopo le prime proiezioni della Nexus (tra gli sconfitti di queste elezioni) in cui si dava l’Unione, in una forbice, tra il 50% e 54%, e verso le 15 e 30 quando circolavano voci incontrollate di un cento per cento per l’Ulivo e di un Berlusconi in divisa da militare tedesco, ucciso insieme ad Emilio Fede, nei pressi della frontiera con la Svizzera, mentre tentava una fuga disperata…, i leader minori della coalizione hanno cominciato ad alzare la voce, ottenendo qualche misero secondo di gloria. Ed ecco allora Capezzone Zapatero a fantasticare un’Italia senza preti e suore, e poi Cento a rievocare un ritorno all’età della pietra senza fabbriche, dove gli unici fumi tollerati saranno quelli delle canne, e come poteva mancare il nostro Diliberto a parlare di ritiro dei nostri soldati dall’Iraq, perché il professore sardo, come tutti sanno, è un accanito pacifista, impegnato nella lotta non violenta, insieme all’amico Fidel Castro (uno che probabilmente va anche a dormire con la divisa militare verde oliva al posto del pigiama), al curdo Ochalan (le cui grazie sono contese con i parenti serpenti di Rifondazione) e al governo palestinese di Hamas (un governo che per risolvere la questione mediorientale e ripristinare la pace propone l’eliminazione dalla carta geografica di Israele).
Invece di proporre l’ eliminazione dei sondaggi e delle proiezioni, le varie associazioni di consumatori dovrebbero promuoverli, almeno così sapremo sempre in anticipo cosa ci aspetterà. Certo ho un po’ esagerato, ma il tenore delle dichiarazioni rilasciate, a caldo, era più o meno questo e poi, cari lettori, ho voglia di vedere, come cantava Jannacci, “l’effetto che fa…”, ironizzare sulla sinistra. Certo, in passato non hanno dato gran prova di simpatia, visto il precedente del risarcimento miliardario chiesto da D’Alema al più sarcastico vignettista italiano, ovvero Forattini.
Vabbé che per la satira italica e l’humor british dell’Economist, poco cambia, e come predisse Benigni ospite nel programma di Celentano: “col prossimo governo prenderemo in giro l’opposizione…”. Non dico che l’istrionico Berlusconi non sia un soggetto che qualsiasi umorista sogni al governo. Però secondo me sarà ancora più divertente prendere in giro l’intellighentia di sinistra, quella dei professoroni che sanno tutto e che soprattutto sono permalosi! Insomma nemmeno questo governo, da questo punto di vista, ci toglierà il sorriso!
Forse a sorridere meno saranno i nostri portafogli. Infatti più che la morte, la fame e il terrore di staliniana memoria, la sinistra al governo ci ricorda sacrifici e meno diritti per tutti, programmi che anche la destra ha fatto suoi e portato “bene” a termine in questi cinque anni appena trascorsi. Siccome si dice che la storia è maestra di vita ricordo agli amici di sinistra di non commettere gli errori del passato; penso per esempio alla riforma Dini delle pensioni, penso ai ministeri della “distruzione” pubblica di Zecchino, De Mauro e Berlinguer (la Moratti c’è riuscita da sola!), i famigerati contratti Co.co.co, antesignani del fenomeno della precarietà ed in generale una disattenzione ed un distacco sia col paese reale che con la propria base.
D’Alema, scusate se lo cito ancora, ma sappiamo tutti che sarà lui il vero “deus ex machina” del governo Prodi, scrisse tempo fa un libro dal titolo: “Un paese normale”. Bene, tutti gli italiani vogliono vivere in un Paese normale. Non vogliamo eccessi, non vogliamo tensioni e scontri sociali. Se guardiamo il risultato di sostanziale parità, da una prospettiva diversa, potremmo quasi affermare che gli italiani non sono divisi, ma uniti, quasi che nelle famiglie si siano messi d’accordo nel non dare un mandato in bianco ai pronosticati vincitori. Mi vedo il capofamiglia che dice: “io voterò per i conservatori perché la tradizione e i valori sono importanti e tu figlio mio che sei giovane e ribelle vota pure per i progressisti…”.
Fantasie di un piccolo mondo antico, ma un Paese normale è possibile solo se chi ha vinto non dimentica che l’altra metà del paese ha idee e filosofie di vita antitetiche. Allora, fa bene Berlusconi a parlare di Grande Coalizione, seppur balneare, per portare l’Italia fuori dalla transizione. Questa fu la stessa grande intuizione di Moro, quando il PCI arrivò ad insidiare elettoralmente la Democrazia Cristiana. Infatti, per questo fu condannato e liquidato dal cosiddetto tribunale del popolo: le Brigate Rosse (per i più giovani ricordo che questi terroristi non erano solo dei cattivi maestri o dei “compagni” che sbagliavano ma degli spietati assassini accecati dall’odio dell’ideologia comunista). Non dobbiamo pensare che si tratti di consociativismo o come si usa dire adesso di inciucio. Sbagliano dunque gli amici della Lega, a gridare allo scandalo, alla “grande porcata”. Persino loro potrebbero trarne vantaggio, visto che c’è un importante referendum sulla devolution da far passare, un voto che purtroppo, anche in questo caso, ha assunto i toni della crociata e dello scontro civile.
Per concludere voglio dire che in queste elezioni i veri vincitori non sono stati Prodi o Berlusconi ma i quaranta milioni di elettori, perché, citando Gaber: “la libertà non è stare sopra un albero, e non è nemmeno il volo di un gabbiano. La libertà è partecipazione”. E una partecipazione così consistente, era anni che non si vedeva.
Il momento storico è grave e purtroppo le persone chiamate a dirigere questo paese, che non è ancora normale, non sembrano all’altezza del grande compito che li aspetta. Facciamo tutti un passo indietro, non è che debba finire a tarallucci e vino, le differenze restano, ma questa volta uniamoci, anzi stringiamoci a coorte perché siamo tutti fratelli. Viva l’Italia.
Riforme: tra legge elettorale e devolution.
L’impegno dei referendari: una riforma organica dell’assetto istituzionale

di Gloria Monaco

Un nuovo inizio. Questo il significato che è possibile attribuire al convegno organizzato da Mario Segni ed Augusto Barbera all’indomani del risultato delle elezioni politiche. L’appuntamento per i referendari in realtà era stato fissato ben prima anche se si prospettavano scenari completamente diversi rispetto all’esito della competizione elettorale. Quando i due protagonisti dei referendum istituzionali degli anni ’90 si sono ritrovati assieme ai tanti altri che di quella battaglia per la riforma dello Stato erano parte attiva (Parisi, Bordon, Rivera, Morando, Occhetto, Bassanini, i costituzionalisti ed autori dei quesiti Ceccanti e Guzzetta, Scoppola, ma anche i pattisti della prima ora Pozza Tasca, Masi e Bicocchi) si pensava che l’appuntamento a Palazzo Marini diventasse uno sprone per il governo del centro sinistra a portare a compimento il cammino iniziato allora varando immediatamente una nuova legge elettorale maggioritaria che rispecchiasse la volontà dell’80% e più di elettorato che già nel 1991 (referendum sulla preferenza unica) e nel 1993 (introduzione del sistema maggioritario al Senato della Repubblica) si era pronunciato per dei meccanismi che garantissero stabilità ai governi e governabilità al Paese.
La riforma varata dalla maggioranza di centro destra nell’ultimo squarcio del 2005 ha infatti segnato un brusco ritorno al passato, a farla da padroni dopo 10 anni le nomenklature delle segreterie di partito, con rappresentanti parlamentari “nominati” e in quanto tali assolutamente “spogliati” del rapporto con il territorio e gli elettori, vera base di una reale rappresentanza democratica.
L’incertezza ed il clima avvelenato dovuto all’imprevedibile (anche c’era chi aveva paventato il rischio ben prima che accadesse) parità fra i due Poli e alla spaccatura del Paese in due distinte “fazioni” ha impresso invece un nuovo corso ed un nuovo significato all’appuntamento romano. L’obiettivo è ridisegnare una riforma degli assetti istituzionali dell’Italia e la legge elettorale diviene solo uno degli strumenti che è possibile utilizzare per raggiungere questo risultato.
La Carta Fondamentale del 1948 va adeguata ai cambiamenti che sono necessariamente intervenuti dopo 60 anni nella società italiana. Già nel 2001, la riforma del titolo V della Costituzione nasceva dalla necessità di “modernizzare” i rapporti tra lo Stato centrale e le amministrazioni di decentramento al fine di snellire “l’apparato” e di dare nuove possibilità di sviluppo e gestione. La riforma ha mostrato in questi cinque anni gravi e profonde lacune per le quali un intervento “correttivo” appare quanto mai opportuno. Ma oggi come allora il disegno di legge approvato dal Parlamento a colpi di maggioranza è un modo inadeguato di affrontare il problema e rischia invece di aprire altri vulnus. E’ per questo che il “comitato ombra” per la legge elettorale come è stato definito da alcune agenzie di stampa ha deciso unanimemente di partecipare attivamente alla campagna per il NO ma in posizione differenziata rispetto al Comitato promotore presieduto da Scalfaro che invoca l’intoccabilità della Carta e dei principi in essa contenuti. Segni ha sempre sostenuto la necessità di una nuova “Assemblea Costituente” con il compito di riscrivere la seconda parte della Costituzione, assieme a lui seppur con forme e modalità diverse sono molti gli esponenti del mondo politico ed accademico che si sono pronunciati in tal senso.
Dalla sala delle Colonne a Palazzo Marini questo è il messaggio che parte forte. E soprattutto non è e non deve essere interpretato come il messaggio di una parte contro l’altra, non è una battaglia tra destra e sinistra, bensì una battaglia di civiltà “trasversale” che prescinde dalle appartenenze politiche volto esclusivamente all’interesse del Paese.
Il prossimo appuntamento è fissato per maggio. All’ordine del giorno le modalità da imprimere al percorso stabilito. Ovvero se alla campagna contro la devolution vada immediatamente abbinata anche la raccolta firme per il referendum abrogativo sulla legge elettorale oppure se sia opportuno attendere i risultati del pronunciamento popolare sulle modifiche alla Costituzione ed agire come “gruppo di pressione” sugli attori politici per istituire un’assemblea che modifichi organicamente l’assetto del sistema Italia. Il tutto con la ricerca della massima convergenza possibile, al di là degli steccati ideologici e degli interessi di parte.
Questo è ciò che colpisce maggiormente. In un clima politico avvelenato - i toni esasperati di una campagna elettorale aspra, degenerata nell’insulto - si leva il richiamo all’unità in nome di valori superiori che appartengono a tutti, che non possono essere appannaggio ed ascrivibili ad un partito o ad una coalizione. Nessuno dei presenti pensa si tratti di una battaglia da “cavalcare” al fine di ottenerne vantaggi. Nessuno parla a nome o per conto di qualcuno o di un partito.
Questa è sempre stata la forza del movimento referendario: l’essere in grado di unire a prescindere dall’idea politica. Sembra incredibile che ci sia ancora, in un periodo in cui tutti giocano per se stessi, in cui si è perso il senso dell’azione politica intesa come a servizio del bene comune, come impegno nell’interesse della collettività, una pattuglia di persone che agisce animata da questo spirito. Eppure, oggi come ieri, il manipolo dei referendari difende un patrimonio di tutti.
Politica di Primavera
Sulla II Repubblica soffia un vento forte di rinnovamento

di Salvatore Italia - Segretario Politico GLD

Dopo lunghissimi inverni ed autunni è tempo finalmente di primavera.
I cappotti grigi con cui la nostra politica si è ammantata, gli ombrelli scuri e le scarpe pesanti con cui abbiamo accompagnato i nostri passi in questi difficili anni saranno presto riposte nell’armadio della storia. È tempo di cambiamenti, le cronache di questi giorni raccontano la fine di un periodo e l’ineluttabile inizio di una nuova stagione: quella della rinascita.
L’autunno, prima: quello di una politica fatta solo di partiti. Partiti lontani dai cittadini, autoreferenziali, distanti dalla società. Una politica chiacchierata nei corridoi, di accordi trattati nell’ombra, di leggi, leggine e riforme costituzionali di mera superficie, d’apparenza che somigliano a giochi di prestigio, nell’illusione di poter davvero far credere a qualcuno che dal cilindro possa poi alla fine uscirne un coniglio. È il tempo in cui tutti si impegnano affannosamente a dar forma all’acqua, pensando che nessuno si accorgerà che una forma l’acqua non ce l’ha e che le parole hanno il limite estremo delle parole e in bilico sul precipizio del nulla quando non si trasformino in fatti, in risultati concreti.
Come dimenticare il gioco delle primarie, il guazzabuglio della devolution, il maquillage elettorale, il mito del partito unico, le magliette sacrileghe ed altre “spiritose invenzioni” come le chiamava il buon Gilberto Govi.
Insomma una stagione che oscilla tra la meraviglia originata dall’assurdo gioco delle parti e la noia che segue alle pantomime viste e riviste.
Poi l’inverno, l’inverno della politica.
Come ad ogni fine legislatura: le elezioni. Da questo momento tutto diventa più rigido, il sistema partitico viene irreggimentato in vuote architetture: destra, sinistra. O di qua o di là della barricata.
È il momento dei blocchi contrapposti, del dialogo negato. È la campagna elettorale dei tutti contro qualcosa, purché vi sia qualcosa cui essere contro.
Non importa se portatori di medesimi valori e principi ispiratori, gli uomini politici si dividono, le affinità costruttive vengono smentite e sepolte nei giardinetti sotto casa. L’importante è vincere.
Cattolici divisi, liberali divisi, radicali divisi… ma divisi – viene da chiedersi – da cosa? E per quale fine? Già… da un bipolarismo bastardo e ovviamente divisi per vincere!
Da decenni il nostro Paese vive e rivive torcendosi in queste due stagioni. Autunni, inverni e poi daccapo autunni, inverni, interminabilmente opachi e piovosi.
Il grande cambiamento auspicato con la fine della I Repubblica non è mai avvenuto.
Ma l’ultimo risultato elettorale segna l’azimut italiano; è il segno dei tempi, non poteva essere più chiaro: siamo alla paralisi. Gli italiani hanno perso su tutti i fronti. Oggi l’Italia è in rotta: ingovernabilità, blocco istituzionale, declino economico.
Il vento di Primavera.
Si sente da lontano, dal profondo della società salire un vento che soffia sulle nostre città, capace di sbrogliare le nuvole stese sui nostri cieli, di spazzare via i tristi autunni e gli angusti inverni. È la forza della primavera, che preme e spinge sul nostro presente, il nuovo che avanza.
Ma questa primavera per iniziare ha bisogno di tutto il coraggio di bruciare nel fuoco della ragione l’abito dell’inverno, il coraggio di abbandonare le parvenze, superando gli steccati prodotti dalla raffinata logica dei blocchi contrapposti, andando oltre ed al di là dei cartelli elettorali e delle alleanze impossibili.
Perché questo vento di rinnovamento non si disperda è necessario un comune e condiviso impegno, teso a riportare la politica verso i valori, quelli che gli italiani sentono, quelli che li dividono.
Dunque il coraggio di sottolineare le diversità che ci distinguono, ma anche la matura consapevolezza di dover unire il simile al simile e ricercare le affinità che ci accomunano: legando i moderati ai moderati, i libertari ai libertari, i massimalisti ai massimalisti. Solo chiarendo con coscienza le reali divisioni sarà poi possibile tessere la trama di quel dialogo tra le forze politiche volto alla soluzione dei problemi comuni.
Anche nei palazzi del potere questo vento ha iniziato da tempo a soffiare, sbattendo finestre, rompendo delicati equilibri, ma si sa in questi eccellenti edifici quando le finestre si aprono c’è sempre pericolo che qualche temerario interprete della nuova stagione venga poi fatto saltare fuori per essere stato troppo risoluto nel sopravanzare le istanze del potere fine a se stesso.
È un vento forte ed audace questo vento di primavera e allora dobbiamo essere forti ed audaci anche noi. È una questione di coraggio, ma anche di visione, di capacità di leggere i problemi, di realismo e abnegazione all’onestà intellettuale. Dobbiamo dunque essere anche sinceri: la profonda crisi delle nostre istituzioni, della nostra democrazia, è questione che deriva da errate scelte sul modo di concepire la politica stessa. Di vecchie pragmatiche filosofie dell’affare, di modi di pensare i partiti e il loro ruolo nelle istituzioni di governo del Paese. In una parola soffriamo di vecchiezza. Di attempate idee e genetica obsolescenza. In questi ultimi 20 anni abbiamo continuato a leggere i problemi del Paese con occhi a lenti bifocali, la politica si è avvolta su se stessa, la stasi e l’immobilismo ne è stata la necessaria conseguenza.
Occorre capire che le incognite sono reali e vanno affrontate da chi è vicino a queste e maggiormente di altri è in grado di leggerle e interpretarne le soluzioni possibili: è tempo di giovinezza in Parlamento per portare più realtà e trasparenza nella politica.
Vedo dei ragazzi vestiti già con abiti leggeri accanto a vecchi vestiti ancora con i cappotti dell’inverno. Vogliono fare una nuova politica, vogliono fare chiarezza, ma continuano a ripetergli che fuori pioverà, che è bene coprirsi ed ammantarsi di falsi ricordi, di ideologie dismesse, di grigi cappotti. La nostra corale risposta dovrà essere: “Spazio ai freschi e giovani vestiti leggeri”.
Perché se vogliano una Primavera della Politica dobbiamo batterci in prima persona ed avere il coraggio di affermare con chiarezza chi e cosa siamo.
Io credo in un centro moderato e riformista, liberale e cattolico. Questo io sono e questo io affermo.
Io credo in una primavera giovane e di centro.
Se ci crederemo tutti fino in fondo, potremo anche vivere la nostra maturità nell’estate…nel frattempo speriamo che nessun falso profeta faccia la danza della pioggia!




- articolo scritto per L'Altro Vicentino
Prodi e Berlusconi due bravi ragazzi
di Emanuele Bellato

E’ cominciata in questi giorni la campagna elettorale per le elezioni politiche di Primavera. Le città si tingono di manifesti color blu, arancio, rosso e verde. L’anima del commercio sembra ormai aver pervaso anche la politica ed il 9 aprile non saremo chiamati a votare un nostro rappresentante ma a scegliere un prodotto, quello che è stato pubblicizzato meglio. Magari verrà il giorno in cui a decidere gli eletti sarà il risultato del tele voto, con una busta portata a Barbara d’Urso o ad Alessia Marcuzzi che annuncerà: “The winner is…”. Ma forse quest’ ultima soluzione non sarebbe poi tanto malvagia visto che con questo proporzionale bastardo non si capisce perché si continui a parlare di «candidati», invece che di «nominati»; infatti, non solo non conterrà alcun nome, tranne quello dei leader inglobato nei simboli delle forze politiche, ma non ci saranno neanche gli spazi per aggiungerlo, come avveniva, una volta, per le preferenze. La lotta contro la cosiddetta partitocrazia, cominciata circa 20 anni fa, con i referendum popolari e vittoriosi di Mario Segni si è conclusa con una disfatta clamorosa. Insomma, la campagna elettorale servirà solo a stabilire il verdetto tra Berlusconi e Prodi. Due arzilli vecchietti che insieme, sommando le loro età, arrivano a 140 anni suonati. Quello che è certo è che chiunque vincerà le elezioni concluderà il suo mandato alla veneranda età di quasi ottant’anni. Senza dimenticare, caso sia unico che raro, nel mondo, che i “nostri” si sono già sfidati dieci anni fa, nel 1996. Una gerontocrazia da far invidia persino al barbuto leader maximo della rivoluzione cubana Fidel Castro.
Adriano Ossicini, Ordinario di Psicologia presso l’università “La Sapienza” di Roma ha affermato: “Berlusconi e Prodi? Pare di ascoltare le conversazioni regressive tra adolescenti che vogliono fare colpo”. Gli elettori possono scegliere: o ai monti o al mare. E leggendo le ultime dichiarazioni di queste settimane risulta difficile non concordare con questa tesi. Solo per fare un esempio partendo da Berlusconi (in rigoroso ordine alfabetico) ecco alcune dichiarazioni alquanto originali: "Dalla politica non ho avuto favori, anzi ci ho rimesso..."; "Nessuna legge è stata fatta da questo governo a mio favore..."; "Da quando sono in politica ho ricevuto solo insulti senza mai averne fatti agli avversari..."; "Sono un uomo più di sinistra, in America sarei un democratico..."; " Ho perso due ore di lavoro per andare all'inaugurazione dell'anno giudiziario..." e ancora le parole paternaliste ad un cassa integrato sardo" Beato lei che ha il sussidio...". Sul "Corriere della sera", come didascalia ad una foto di Berlusconi che fa la comunione, si ricorda che può essere data la comunione ai divorziati che pratichino la castità. Qualche giorno dopo sullo stesso giornale in un articolo si dice che Berlusconi ha comunicato di aver fatto voto di castità fino al 9 aprile, facendo così intendere di non astenersi abitualmente dal sesso. Lasciamo invece perdere le battute vere o presunte su accostamenti a Napoleone o Gesù Cristo…
E che dire di Prodi che scherza sulla mortadella, che parla come il salvatore della patria sì cara e perduta e che si propone come il nuovo più nuovo del panorama politico italiano e con la purezza di una verginella sembra dimenticare di essere un professionista navigato della politica, già ministro dell’industria nel governo Andreotti nel 1978, dal 1982 a capo dell’IRI per volere della Dc e del Psi e che ci ha fatto sputare sangue per entrare in un’Europa ingrata che non riconosce se stessa negando le sue radici cristiane. Magari non farà le gaffe di Berlusconi ma anche se le facesse probabilmente nessuno se ne accorgerebbe perché ogni volta che parla riesce difficile restare svegli ad ascoltarlo. Nel frattempo i suoi “prodi” si azzuffano su tutto, dal nucleare ai Pacs, ai noglobal. La Sinistra radicale non potendo più abbattere il capitalismo e la proprietà privata insegue il poveretto che porta la fiaccola olimpica e candida un travestito al Parlamento. Nessuno si scandalizza più, ma non si può permettere che Pannella che ha allestito un partito che fa a pugni con il vero socialismo (tanto per intenderci quello del martire Giacomo Matteotti) o l’aristocratico BeRtinotti insultino la casa degli italiani candidando prostitute, pornostar o travestiti.
Non è discriminazione ed anche se per qualcuno lo fosse bisogna chiedersi, come fa Antonio Socci in un suo articolo su Libero, se è possibile che: “l’Italia profonda e sconosciuta, l’Italia semplice, cristiana ed eroica di don Andrea Santoro, di Annalena Tonelli, l’Italia della vedova Coletta e di Fabrizio Quattrocchi meriti una simile classe dirigente. Io penso di no. Il nostro popolo è illustrato dai bei volti delle persone appena nominate, è “l’Italia eccezionale”, come la definisce Giuliano Ferrara, che sorprende quando si manifesta (nelle tragedie come Nassirja o nel recente referendum, come negli studi sociologici), perché la televisione e i giornali la ignorano. Credo che questa Italia profonda meriterebbe tutt’altro. Meriterebbe gente seria e consapevole del momento storico, che non si coglie al Bagaglino o sull’Isola dei famosi”.
Non meno pericoloso è il populismo rafforzato dalla telecrazia. Le istituzioni, e non la televisione, devono tornare ad essere luoghi di dibattito, confronto e dialogo. Non si possono ridurre i grandi temi della politica a scontri verbali, in un salotto televisivo, tra un din don, la musica di via col vento e la velina di turno. La cultura della legalità e l’etica del servizio devono animare le persone che decidono di far politica.
Ad uno sguardo attento i programmi dei candidati si equivalgono, tutti promettono di operare per il bene comune. Tutti quelli che già governavano promettono svolte radicali, senza presentare i benché minimi risultati del lavoro precedente. Promettere, promettere, promettere ecco l’imperativo principale. Sembra una gara a chi la spara più grossa. Tutti utilizzano le parole, “con voi”, “uno di noi” e poi, una volta eletti si dimenticano di tutti e preferiscono tornare single! I politici non capiscono che devono essere al servizio del cittadino e non il contrario.
Come diceva Churchill, se siete nell’inferno abbiate il coraggio di attraversarlo mi viene da dire a Prodi e Berlusconi o più volgarmente citando un proverbio francese: chi ha fatto la merda la copra. Per farmi capire dagli anglofoni vi saluto con l’inno del Liverpool, parola del Vangelo (Giovanni 14,15) musica interpretata da Elvis Presley: “We’ll never walk alone”. Noi non cammineremo mai soli!

Precarità, neoborghesia e nuova politica
In questi giorni assistiamo, curiosi e sorpresi, alle rivolte studentesche di Parigi contro il contratto di primo impiego

di Luca Bolognini

I miei amici e colleghi, mediamente under35, si compiacciono e in alcuni casi esultano. Sperano. Che arrivi qui da noi, che la protesta si allarghi, che l’opposizione alla precarietà si fortifichi. Mi permetto di non condividere appieno queste posizioni, e rilancio con un’analisi forse fuori dal coro, ma sincera.

Ci sono due aspetti che rappresentano gli eventi francesi, e mi appaiono (o almeno li sento) antitetici fra loro. Il primo preoccupa e mi sembra investire un ragionamento politico più vasto. Il secondo, in probabile accordo con quanto leggo in questi giorni e con l’entusiasmo dei più, mi dà invece fiducia. Insomma, nelle proteste parigine vedo molti lati, parecchi negativi e solo alcuni positivi.

Parto dal primo aspetto, quello preoccupante: le nuove generazioni, che lottano mosse dalla precarietà, contro chi stanno combattendo? Con quali obiettivi? Volendo ottenere quali risultati? Sono necessarie alcune riflessioni, perché ho timore si stia sbagliando bersaglio.

La precarietà, il fatto cioè che il lavoro sia divenuto instabile e che in molti casi venga drammaticamente meno per crisi di interi sistemi industriali, è un effetto di cause complesse e spesso enormi.

Queste cause si compongono, per la loro maggior parte, di elementi oggettivi macroscopici e non così dipendenti dal diritto del lavoro, dai contratti, in ultima analisi dai desideri. Per esempio, il fatto che una fabbrica di magliette in Veneto o in Provenza non funzioni più come una volta non deriva tanto dalla cattiveria delle politiche lavoristiche dei governi (che non hanno foraggiato casse integrazioni o favorito posti fissi) bensì dalle invasioni di mercato operate con intensità crescente e a costi stracciati dalle tigri asiatiche.

Altro esempio: il fatto che un lavoratore non possa più ambire al posto fisso deriva da una logica oggettiva (per quanto crudele) che risiede nella rapidità con cui cambiano i cicli, nella palese necessità di rinnovo continuo delle conoscenze e delle competenze, nell’avanzamento velocissimo delle nuove tecnologie. Questa mobilità incessante è un volto fisiologico – ahinoi – della società complessa in cui viviamo e vivremo, piaccia o non piaccia. E non dipende, almeno nei suoi caratteri più massicci, dall’intervento di un piccolo staterello o di un insieme di staterelli al centro del globo in materia di politiche giuslavoristiche.

E’ la globalizzazione, e non possiamo farci niente. Il giovane avvocato di Roma non compete semplicemente con altri avvocati di Roma: compete con le firme internazionali con sede a Roma. L’imprenditore e il dipendente di una fabbrica di tessuti in Piemonte non competono con le industrie lombarde o piemontesi, competono con il mondo, e se non vincono l’azienda chiude. Licenziato l’imprenditore, licenziato il dipendente (prima quest’ultimo, già, ma è solo questione di tempo).

Ecco che contestare i governi e l’Europa su tale piano mi sembra poco realistico e oggettivo, e molto chiassosamente inutile. Con questo - lo dico perché sento la rabbia di chi sta leggendo e crede me ne sia dimenticato – non scordo affatto l’utilità e il buon senso di regole di welfare e tributarie intelligenti, assolutamente da attuare, come la previsione di validi ammortizzatori sociali (che non dissuadano dal lavoro impigrendo le persone con forme assistenziali, ma nemmeno trasformino la mobilità in dramma esistenziale) o come la riduzione dell’impatto fiscale sul lavoro a tempo indeterminato, penalizzando, dalla prospettiva del datore, le assunzioni a progetto o a scadenza.

Ma sono rimedi relativi, che applicati a un paziente moribondo equivalgono alla somministrazione dell’aspirina. Andare in piazza per chiedere l’aspirina mi sembra un clamoroso errore di valutazione. Servono gli antibiotici, e anche forti. Mi rendo conto che l’antibiotico sia farmaco più complesso, e non facilmente traducibile in slogan.

I governi e l’Europa hanno certamente gravi responsabilità, però di altro genere. Vado ad analizzarne alcune, concentrandomi infine sul caso italiano che è messo addirittura peggio. I punti incandescenti mi sembrano i seguenti:

1- Assenza di politiche settoriali. Da decenni mancano governi in grado di riformare i sistemi industriali delle vecchie potenze europee (solo la Germania ha fatto e sta facendo passi importanti in questa direzione e non a caso è avanti nell’export). E’ inutile tagliare tasse, riconoscere integrazioni, garantire posti fissi senza seri incentivi alla trasformazione della produzione, segando i rami secchi e favorendo i nuovi mercati futuribili. Un sistema economico vive e fiorisce se è competitivo, è competitivo se produce beni o servizi migliori o equivalenti a quelli offerti dagli altri concorrenti. Se no, muore, e non ci sono contratti collettivi o tutele che tengano.

2- Assenza di liberalizzazioni. Da almeno dieci anni si è capito che bisogna liberare da monopoli, vincoli e caste le libere professioni (gli ordini!) e i grandi settori come l’energia e le telecomunicazioni. Significa moltiplicare esponenzialmente le iniziative dei privati, innescando un meccanismo ossigenante e indispensabile per il rilancio.

3- Assenza di politiche giovanili. Una legislazione inadeguata non motiva le nuove generazioni alla creazione d’impresa, non aiuta. E’ assolutamente stupido riconoscere solo sgravi fiscali a un giovane che desideri fare impresa: servono gli strumenti per far iniziare, e questi strumenti sono i fondi di garanzia, i finanziamenti agevolati, sono un sistema bancario europeo che venga costretto dai governi a tenere conto delle nuove idee imprenditoriali e a comportarsi in maniera moderna negli investimenti. Solo i più giovani hanno l’energia e la capacità di sognare che veramente - lo dico da imprenditore di ventisei anni - possono consentirci di costruire un nuovo tessuto economico funzionante in Europa.

Perché allora sprecare un’imponente manifestazione politica neogenerazionale in proteste su temi non fondamentali e secondari? Ma soprattutto, perché non riusciamo ad appassionarci ai grandi temi, alle grandi riforme, alle questioni che stanno alla base dei veri problemi e alle soluzioni serie per risolverli? Senza queste passioni, anche il contratto di primo impiego conterà come il due di picche, di fronte alla desertificazione della nostra società.

La situazione italiana è ancora più tragica: a proposito di intervento risanatore dell’economia da parte dello Stato, è bene ricordarci del nostro debito pubblico al 108% sul PIL, in crescita. Tanto per capirci, la Francia naviga intorno al 64%. Immaginate un padre di famiglia che guadagna mille euro al mese e deve pagare due mila euro al mese di mutuo. Settecento euro (dei suoi 1000) vanno a coprire neppure interamente la quota interessi del debito, il debito cresce, e con la miseria di 300 euro non restano soldi alla famiglia neppure per cambiare un pannolone al figlio. Altro che aiuti dall’alto, il nostro Stato è sull’orlo della bancarotta.

In questo simpatico contesto, sento dire con forza e rabbia che non è giusto essere precari. Bene, e che cosa è giusto in una siffatta “giungla”? Da quale entità suprema ci attendiamo la carezza e il sostegno? Ritorniamo al sano realismo di chi nel dopoguerra si è rimboccato le maniche. Non è giusto laurearsi e non avere garantito un lavoro? Sì, è crudele purtroppo, e allora? Perché, era forse giusto essere laureati negli anni trenta e non avere i soldi per mangiare un pezzo di cioccolato? Era giusto avere la laurea e morire ammazzati da una pallottola di piombo in Russia? Odio la guerra e adoro la riforma che ci ha liberato dalla leva, ma provate a parlare con i nostri nonni di giusto e ingiusto.

E’ poi giusto essere medici ma vendere fazzoletti al semaforo, perché emigrati dal Congo o dal Marocco? E’ giusto aprire fruttivendoli anche se si è ottenuta una laurea a Londra emigrando dal Pakistan? E’ giusto morire di fame a duemila km da Roma? Credo che ci soccorra quella celebre poesia di Fried, forzandola un poco: la situazione “è quel che è”.

Un fruttivendolo è un’impresa. I rischi dei lavoratori dipendenti sono ormai gli stessi sofferti da quelli autonomi. Conviene darsi una mossa. Non si tratta di giustizia o ingiustizia, abbandoniamo queste categorie. Faccio un appello a tutti noi under35, destinati spero (secondo la felice definizione di Bonomi) a diventare la neoborghesia del terzo millennio: più serietà nell’individuazione dei problemi primari, più passione, più coraggio e più coinvolgimento sui grandi temi, più maniche rimboccate. Meno proteste sui temi relativi e secondari, meno orgoglio, meno status symbol, meno titoli.

E qui arrivo al secondo aspetto, quello positivo, quello che comunque mi dà fiducia. La necessità di avere giovani consapevoli e organizzati, che si costituiscano soggetto politico (trascendendo le divisioni preconfezionate che ci sono imposte dalle attuali, inadeguate e vecchie forze politiche) è al centro dei nostri obiettivi da anni.

Quelle piazze francesi sono, malgré-tout, un sintomo di risveglio, di attivazione, di presa di coscienza e di impegno civile da parte dei giovani-adulti. Correggiamo il tiro sui contenuti ma andiamo avanti: serve una grande coalizione generazionale, per il ricambio autentico e democratico dei nostri decadentissimi Paesi europei.



Il volto moderato dell'Islam: un caffé con Khader Basem
Intervista al leader dei Moderati Arabi Europei

di Renato Ibrido (Coordinatore Nazionale Giovani Liberaldemocratici)

Sono passati pochi giorni dalla mobilitazione di Via Nomentana contro il Presidente Mahmud Ahmadinejad e noi abbiamo voluto ascoltare la voce di chi, del mondo arabo, rappresenta il volto moderato: Khader Basem, Presidente dei Moderati Arabi Europei (MAE), ci parla così di multiculturalità, sfida al fanatismo religioso, integrazione e rapporti con la Chiesa Cattolica. È un concentrato del “Khader Basem pensiero” che dovrebbe far riflettere chi, nel dialogo con l’Islam, vede solo pericoli e nessuna risorsa.
Lei è arrivato in Italia nella metà degli anni Ottanta e oggi si batte per la pace e per il dialogo inter-religioso. Da Beirut a Roma la strada è stata lunga: quanto è stato difficile intraprendere un cammino di questo tipo per Lei che ha dovuto affrontare il dramma dei campi palestinesi di Sabra e Chatila?
Al tempo in cui intrapresi il mio viaggio allontanarmi da una terra lacerata da conflitti interreligiosi significava separarsi dolorosamente dai propri affetti alla volta di un mondo nuovo: guardavo con speranza per il mio avvenire ad un Paese come l’Italia, ai miei occhi simbolo di benessere e ricchezza dove poter studiare prima e lavorare poi, lontano da quegli assurdi motivi di conflitto. Non nego di aver vissuto in questo clima disteso fino all’11 settembre 2001; in effetti, superate le prime difficoltà il mondo per così dire occidentale aveva aperto a me ,come a tanti altri giovani di origine araba le sue porte, dandoci la possibilità di vivere in pace. Oggi, dopo quel triste evento purtroppo si è creata una sorta di diffidenza serpeggiante nei confronti dei cittadini di origine araba, facendo sì che spesso si faccia confusione tra ciò che noi siamo e ciò che agli occhi degli altri rappresentiamo. Pertanto dopo circa trenta anni mi ritrovo a parlare di pace interreligiosa, a pronunciare parole come “dialogo” affinché non si creino delle lacerazioni incancellabili anche qui nei confronti di chi si sente ormai tanto cittadino europeo quanto chiunque altro.

Il suo "no" al fanatismo religioso è stato chiaro ed inequivocabile. Scelta non sempre facile dopo l'11 settembre. In onestà, non ha mai temuto di poter pagare in prima persona la Sua sfida all'estremismo islamico?
Lei mi ha chiesto. “..in onestà..”: ebbene.. Non posso dire di non averci mai pensato, tuttavia ritengo che, per chi proviene da zone come quelle che mi hanno dato i natali, situazioni di questo genere sono all’ordine del giorno. Perciò, non affermo che desidero immolarmi al terrorismo islamico, ma che non intendo lasciarmi intimorire da chi non conosce la via della diplomazia e della moderazione, bensì fanatismo e violenza.

I Moderati Arabi Europei si sono rivolti ai 15 milioni di Mussulmani che vivono in Europa per chiedere loro di intraprendere il cammino del dialogo e dell'integrazione. Alla luce degli ultimi eventi internazionali ritiene ancora che questa strada sia percorribile? Non vi è il rischio invece che l'Islam possa diventare per molti una sorta di ideologia del riscatto nei confronti di un Occidente ricco, potente e a volte poco propenso a ricercare quel dialogo per cui proprio Voi vi battete?
Ritengo che i cittadini arabi giunti in Europa abbiano pensato di trovare qua una nuova Patria nella quale continuare o talvolta ricominciare una vita serena e non all’insegna della conflittualità e dell’odio. E l’Europa, accogliendoli, non ha tradito le loro aspettative. Mi consenta una breve digressione storica: Maometto, al tempo in cui ricevette “la parola” di Allah, fu perseguitato dai barbari arabi e trovò rifugio in una terra cristiana, l’attuale Etiopia. Qui fu accolto e protetto, Egli allora come noi ora. Se ciò non fosse accaduto la storia dell’Islam sarebbe stata diversa.

Il Cardinal Sodano ha più volte sottolineato l'esigenza di costruire "nuovi e più forti ponti" con l'Islam. Ritiene, in sincerità, che la Chiesa Cattolica abbia fatto abbastanza per promuovere un tale dialogo nella società e alimentare la comprensione fra le religioni?
Per poterLe dare una risposta innanzi tutto devo fare una distinzione tra fanatismo ed insegnamenti religiosi coranici. Per i fanatici musulmani da sempre i Cristiani hanno rappresentato il mostro da combattere, ma non dimentichiamo che queste non sono parole del Corano. Nel contempo la Chiesa Cattolica ha sempre identificato in questo il grande timore delle cattive intenzioni che i musulmani hanno nei confronti di una sua futura distruzione. Quindi ritengo che il processo di avvicinamento degli uni agli altri sia ancora più arduo di quanto si possa immaginare, poiché il retaggio di queste convinzioni costituirà una sorta di muro invalicabile. La storia ci ha insegnato che si possono abbattere anche muri che sembravano destinati a restare tali per sempre, comunque la mia esperienza ha visto difficoltà di dialogo interreligioso tra arabi musulmani ed arabi cristiani, e mi sembra un sogno pensare che qui si possano superare situazioni così radicate , dal momento che anche laddove vivono mescolati nella gioia e nel dolore è stato pressoché impossibile.

Ancora sulla Chiesa Cattolica. È noto che Lei sia stato un ammiratore di Giovanni Paolo II. Cosa cambia con l'elezione di Joseph Ratzinger? Il dialogo inter-religioso, l'integrazione delle comunità islamiche negli Stati a maggioranza cattolica, la lotta contro il fanatismo: che ruolo giocherà Benedetto XVI?
Mi auguro di cuore che Benedetto XVI nella sua missione papale prosegua nel cammino del suo predecessore, avendo fatto tesoro dell’operato di Giovanni Paolo II nei lunghi anni in cui ha accompagnato il suo apostolato.

Il nuovo Presidente Iraniano ha affermato che riconoscere lo Stato di Israele è un crimine contro il Corano. Lei se la sente di sfilare insieme a Giuliano Ferrara per ribadire il diritto di Israele ad esistere accanto ad uno Stato palestinese indipendente?
A tal proposito ho rilasciato un’intervista televisiva in cui affermavo che dichiarazioni come quelle rilasciate dal Presidente iraniano sono vere assurdità, ma ritengo che questo genere di situazioni non sia risolvibile con manifestazioni di piazza o sfilate pacifiste. In tal modo si dimostra la solidarietà di un popolo nei confronti di un altro ed a tal riguardo l’Associazione Moderati Arabi Europei (M. A. E.) in diverse occasioni ha espresso la propria convinzione di realizzare una convivenza civile tra i popoli all’insegna del dialogo interreligioso, in uno spirito di pace e di reciproco rispetto. Penso, tuttavia, che la situazione israelo-palestinese necessiti della creazione di reali confini tra i due Stati affinché si possano davvero creare le condizioni utili alla convivenza civile nel vero senso della parola. Personalmente, in qualità di Presidente della M. A. E. nonché di cittadino italiano ho espresso la mia stima e simpatia all’Ambasciatore israeliano.

Laicità e multiculturalità sono due temi che oggi sembrano inscindibili. Ebbene, Marcello Pera, nel denunciare quello che a suo avviso è il fallimento del multiculturalismo europeo, si è scagliato contro il relativismo dell'Europa di oggi, una grande "Babilonia" che si dice laica ma che in realtà - afferma la seconda carica dello Stato - pratica una forma dogmatica e arrogante di ideologia laicista. In altre parole, l'affermarsi dell'uno (il laicismo) è la causa fondamentale del fallimento dell'altro (la multiculturalità). Lei che ne pensa?
La multiculturalità è ormai una realtà. E’ innegabile. Il laicismo funge da amalgama tra i cittadini. Per comodità? O perché realmente il dialogo tra le varie religioni professate in Europa ha raggiunti valori così alti? Probabilmente entrambe, in parte. Sicuramente oggi più di prima si riesce, almeno ideologicamente a superare l’empasse interreligioso, e ciò per così dire “apre il discorso”, ma poi inevitabilmente si arriva ad un punto in cui spesso purtroppo il back ground religioso finisce con l’emergere.

Dei grandi leader di Stato, non solo europei, che sono stati protagonisti della politica internazionale negli ultimi due decenni, ce ne è qualcuno in cui Lei si identifica? Fra Tony Blair e Bill Clinton chi sceglie?
Personalmente non ritengo di avere un modello politico. Tra Blair e Clinton…? Nutro simpatia per lo yankee.
Don Struzo, uomo del domani

di Salvatore Italia

Credo non possa essere facilmente smentito che Don Luigi Sturzo rappresenti a tutt’oggi, nei suoi scritti, nelle sue parole e ancor più nel suo agire politico, un precursore.
Si, un precursore, forse suo malgrado, non solo del suo tempo, ma anche del nostro.
La sua visione della fede, della politica e dello Stato testimonia indiscutibilmente la straordinaria modernità del suo pensiero. Questa potrebbe sembrare considerazione effimera, se non fosse evidente come a tutt’oggi larga parte dei suoi proponimenti e delle sue convinzioni siano drammaticamente ancora lontane dall’inverarsi nella nostra realtà sociale e giuridica.
E semplicemente, forse ingenuamente, mi domando cosa direbbe della sua Italia che alle soglie della nuova era si presenta come patria sconfessa di molti diritti e libertà, piena di dissidi e di malcelati odi politici, di sofisticate divisioni e ancora fragile nella sua, pur duratura, democrazia.
In questi giorni ho avuto il beneficio di ripercorrere i sui discorsi, di confrontarli con le istanze presenti nella nostra società e di stupirmi di come molte risposte possano essere ricavate dai suoi solidi insegnamenti.
Nell’inchiostro di questo grande pensatore politico prima ancora che nella storia del nostro Paese si realizzava il passaggio dallo stato di diritto liberale, di stampo ottocentesco, al moderno stato sociale e liberaldemocratico.
Per rendersene conto basta ricordare la sua concezione dello stato: avaloristico, decentrato, snello, scevro da burocratica elefantiasi, capace di risposte sociali senza scivolare in forme d’assistenzialismo, muovendosi nel giusto equilibrio tra il primato delle libertà individuali e collettive e l’istanza democratica e solidaristica.
La sua concezione della politica: nuova, diretta al popolo, fu fin da subito sostenitore del referendum, del voto alle donne. Ed infine circa il rapporto tra il suo apostolato di sacerdote e la missione di politico basti rileggere a caso qualche sua frase: “Non possiamo trasformarci da partito politico in ordinamento di Chiesa [...] né possiamo avvalorare della forza della Chiesa la nostra azione politica [...]. È superfluo dire perché non ci siamo chiamati partito cattolico: i due termini sono antitetici; il Cattolicesimo è religione, è universalità, il partito è politica, è divisione”.
Una rivendicazione orgogliosa di piena autonomia dall’autorità ecclesiastica e al contempo limpida rinuncia a fregiarsi del titolo di cattolico, per mettersi con gli altri partiti sul terreno comune della vita civile.
Questo l’uomo Sturzo: sacerdote e politico libero, fortemente moderno nell’esercizio di entrambe le missioni a tal punto da divenire, come spesso accade, scomodo per il suo tempo, accusato di utopismo e negli ultimi anni terreni anche di senile contraddittorietà.
Non possiamo che ricusare con forza tutto questo.
Certo era scomodo, ma a chi? Dapprima a quella stessa Chiesa che aveva servito, ma che vedeva in Sturzo politico un pericolo di riemersione dell’inquieto modernismo, e ancor più scomodo quando superato il non expedit e fondato più tardi il PPI non si allineava alla volontà ecclesiale di creare un partito confessionale. Poi scomodo al Fascismo e alla connaturata idea di stato etico, perché anima libera e viva, capace di un pensiero “insidioso” rispetto alla remissività degli intellettuali da salotto e alla oclocrazia dei capi popolo che facevano rivoluzioni marciando in vagone letto.
Scomodo paradossalmente anche dopo, quando tornato dall’esilio, trova un Italia che guarda al sacerdote siciliano dapprima come un pericolo per l’unità politica dei cattolici, estranea alla sua idea di partito popolare, ma ora divenuta necessaria per la grande mobilitazione di coscienze contro le minacce dello stalinismo.
Sebbene egli accetti questo stato di necessità i timori verso il fondatore del PPI non si placano, è troppo intransigente, troppo ortodosso nel predicare la distinzione tra politica e religione.
Contro corrente anche dopo rispetto alla compagine democristiana succeduta a De Gaspari di cui non condivide la convinzione di dover aprire a sinistra, il modo di riformare il Paese, le nazionalizzazioni, ed infine la ferma convinzione di mantenere comunque inalterato il sistema elettorale.
Si scontra dapprima con Fanfani e la nuova generazione democristiana che vuole estendere il partito nei gangli vitali dello Stato, cogliendone fin da subito i pericoli connessi all’ingerenza statale nell’economia e la correlata deriva partitocratrica. Per queste ragioni rifiuta categoricamente la validità delle operazioni ENI e IRI targate Mattei. Lo scontro è ancora più acuto con La Pira di cui non condivide nulla: dall’ambizione messianica di “rifare una società cristiana” alla “incantata” e fatale idea che “l’economia moderna (sia) essenzialmente di intervento statale”, come la Pira diceva.
Molto spesso voce fuori del coro, presenza inopportuna la sua, in una classe politica convinta che i mali italiani dovevano essere curati con la ricetta del “più stato per tutti”, nell’economia come nelle politiche sociali, ed incapace di cogliere però i pericoli degenerativi e l’endemica fragilità che si rivelerà causa principale della crisi del 1976 – con la cd. politica di solidarietà nazionale - e da ultimo della stessa Prima Repubblica Italiana.

Utopia nel pensiero sturziano? Dove e perché?
Certo da molti dei suoi contemporanei e dai sempre accorti seminatori di scetticismo venne accusato di disegnare un modello di stato e società inadeguato alle contingenze, paradossale rispetto agli interessi di parte e per questa sola ragione meritevole di essere rigettato oltre il vallo del possibile.
Mi riferisco in particolare alla struttura dello stato, a decentramento istituzionale, e alla sua proiezione in termini federali a livello europeo.
In questa ottica lavorò fin dall’inizio della sua intensa carriera politica, convinto che una democrazia compiuta richiedesse la partecipazione reale del cittadino alla vita politica del Paese; e di qui, allora, la sua moderna visione di stato articolato e ispirato al principio di sussidiarietà, la sua battaglia per l’autonomia dei poteri locali, per l’instaurazione delle Regioni, e il suo fermo rifiuto a forme statali di tipo napoleonico. Osserverà a chi l’accusa di federalismo “La regione non può prendersi come una semplice circoscrizione territoriale, come è in Francia il dipartimento. La regione nostra dovrà essere messa in equidistanza fra il dipartimento francese e il cantone svizzero. Le regioni non saranno mai Stati sovrani, come sono i cantoni svizzeri, limitati solamente dall’autorità confederale che li unifica: né potranno considerarsi dei semplici dipartimenti, nei quali si esprima sola e tutta l’autorità dello Stato”.
Con l’avvento della Carta costituzionale, che adottava il sistema regionalistico – e sia detto questo anche grazie all’opera continua del sacerdote calatino - sembrò che fosse giunto il momento di dar corpo a quella avanzata forma di autonomia locale che era uno dei punti cardine di Sturzo, sin dai tempi della Croce di Costantino. Ma così non fu.
Possiamo anche comprendere le ragioni politiche interne e quelle atlantiche che congelarono il sistema regionale nell’immediato dopoguerra, ma cosa impedì al legislatore prima e ai governi poi di darvi attuazione una volta messo in crisi e poi crollato il sistema sovietico? Non è forse vero che nel momento del varo delle regioni ordinarie il potere costituito continuò per altre vie l’imbarazzante incatenamento delle autonomie locali con strumenti come l’atto di indirizzo e di coordinamento, o adottando leggi quadro che dettavano discipline di dettaglio, o ancora ingerendosi negli spazi ad esse riservate addirittura attraverso atti meramente amministrativi violando la riserva di legge costituzionalmente prevista?
Dunque quale utopia, semmai malafede di coloro che poterono e non vollero per interesse o mancato coraggio dare attuazione al dettato costituzionale.

Ebbene, chi oggi non si sentirebbe di sottoscrivere il contenuto del titolo VI del Programma del PPI del 1919, o parole come queste “A uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali [...] che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private”, o ancora chi non si sente di sposare, con fede assoluta nella sua realizzabilità, le parole pronunciate nel 1929 sugli Stati Uniti d’Europa.

Infine contraddittorietà, addirittura senile a stare alle parole di La Pira.
Dove questa contraddittorietà, forse nel mutamento di indirizzo rispetto al sistema elettorale?
Certo nel Programma del 1919 invitava all’adozione del proporzionale, ed invero lo difendeva anche nel 1946, ma già a quel tempo avvertiva saggiamente “ogni sistema elettorale ha i suoi inconvenienti”; queste mancanze erano individuabili da chiunque, ma ci volle coraggio per smentirsi ed affermare nel 1950 la necessità di passare un sistema uninominale maggioritario con votazione di ballottaggio. Ricordiamo, ancora una volta, le sue parole: “uno strumento di giustizia elettorale, quale è la proporzionale, è divenuto il mezzo adatto per un più vasto dominio dei partiti, sia imponendosi al corpo elettorale, sia sostituendo la propria iniziativa a quella parlamentare e governativa, sia imponendo le proprie direttive e i propri uomini”, ed ancora “in fondo non sono io che ho cambiato pensiero; sono le situazioni politiche del 1954 che sono diverse da quelle del 1919”.
Esiste un filo diretto che percorre e compone tutto il pensiero sturziano, rigorosamente, semplicemente, senza turbamenti ed incertezze: è il bene superiore della democrazia.
Nella sua rigidità ed ortodossia, che lo porta ad un’apparente contraddittorietà, c’è da vederci anzi la fedeltà all’ideale democratico e liberale, alla realizzazione di uno stato libero e popolare.

Sarei mendace e portatore di inganno a voi che mi leggete, se dicessi che il Movimento dei Liberaldemocratici, cui appartengo, ritiene di essere erede - solo e legittimo - della sua articolata battaglia democratica. Non c’è asse ereditario che non si divida fra tutti i fratelli, quando il padre muore; così parimenti affermo senza incertezza alcuna che tutte le forze sinceramente moderate, liberaldemocratiche, siano esse cattoliche o laiche, sono i figli ai quali il prezioso lascito è demandato.
Ma a me sembra che si tratti di un’eredità che rischia di essere accettata, nel migliore dei casi, con beneficio d’inventario, per la paura di dover fare i conti con il pesante debito che la storia del nostro Paese ascrive ai suoi partiti, e alla quasi generalità dei suoi politici.
Ci vuole coraggio per superare le divisioni, ed opporre ai vantaggi particulari le affinità, la comunanza di idee e di valori. Questo è ciò che si deve per chi voglia ancora oggi rispondere all’essenza di quell’Appello.
Sotto le chiare parole indirizzate a tutti gli uomini liberi e forti, c’è posto per apporre tutti i nostri nomi… È atto dovuto, perché quella che chiamarono alcuni utopia possa divenire la realtà di domani.

Il prezzo non ti piace? Chiedilo a Storace!
20 % di riduzione sul costo dei medicinali: esperimenti di libero mercato, ma Federfarma si oppone.

di Salvatore Italia

“Il prezzo non ti piace? Chiedilo a Storace!” questo lo slogan coniato dai farmacisti renitenti alla velata imposizione dettata dal 4° comma, art. 1 del DL 2005/87 adottato su proposta del neo Ministro della Salute Francesco Storace. Dopo solo 16 giorni dall’insediamento, il novello tutore della salute pubblica sfodera un provvedimento che non ha eguali nella storia del nostra Repubblica, tra meraviglia e stupore di cittadini e farmacisti.
Dei primi perché certo non si aspettavano una misura di contenimento dei prezzi dopo tanto tempo dall’entrata in vigore dell’euro, dei secondi perché certo non pensavano di dover divenire proprio loro le vittime sacrificali, prescelte dal Berlusconi-bis, per essere immolate sull’altare del recupero alle politiche sociali e alla tutela del risparmio dei cittadini.
Il Berlusconi one, da ora le numerazioni saranno “in inglese” vista la costante ansia ad essere sempre più simili agli Stati Uniti, era stato accusato dalle sinistre di aver prestato poca attenzione al sociale e al portafoglio dei cittadini. Si era anche vociferato, tra le file governative, che era questa una delle ragioni della sconfitta elettorale e che, dunque, bisognava recuperare al più presto la china.
Di qui sembrerebbe a noi la vera “necessità ed urgenza”, costituzionalmente richiesta, al DL “taglia prezzi”, ispirato ad una presupposta e tutta da dimostrare logica di libera concorrenza.
Ma cosa prevede esattamente questo decreto? Si tratta veramente di un provvedimento orientato alle correnti del libero mercato e quali gli effetti nel breve e lungo periodo? Vediamo di scoprirlo analizzandone insieme il testo e parlandone con chi nel settore farmaceutico vive e lavora.
In primis il testo normativo: nulla quaestio sui primi due commi dell’art. 1, dove in buona sostanza, si prevede che per i farmaci di classe C (cioè pagati direttamente dal cittadino, che necessitino o meno della prescrizione medica) il farmacista, salvo che sulla ricetta non sia indicata dal medico la non sostituibilità, sia tenuto ad informare il paziente dell’eventuale presenza in commercio di medicinali aventi il medesimo principio attivo e forma farmaceutica, offrendo in tal modo al cliente alternative economicamente più convenienti a parità d’efficacia farmacologica.
Al comma 3° il decreto introduce una novità interessante, prevedendo per le case produttrici (i titolati dell’AIC – titolari dell’autorizzazione all’immissione in commercio) un blocco dei prezzi per i medicinali in fascia C fino al 1 gennaio del 2007. Da quella data potranno modificare le proprie tariffe ogni due anni, non più dunque annualmente come accadeva sotto il Ministro Sirchia. Una disposizione, quest’ultima, che non ha mancato di sollevare dubbi e perplessità, cosi ad esempio il CERM (Competitività Regolazione Mercati) avverte che esiste il pericolo che i produttori, all’atto di formulare le nuove richieste (al 1° di gennaio di ogni anno dispari), possano semplicemente “sterilizzare” il contenuto imperativo della norma con politiche di prezzo da subito più sostenute, con l’effetto di far aumentare i costi più di quanto sarebbe avvenuto in assenza del decreto.
In più, l'Antitrust, giustamente, osserva che il “prezzo massimo biennale” stabilito dal DL potrebbe essere assunto da distributori e farmacie come tetto al quale ancorare i propri collegamenti collusivi. Anche il Codacons è agguerrito, e chiede l'intervento dei NAS sul tentativo di alcune imprese di aumentare le tariffe prima del blocco, “fermiamo queste squallide speculazioni sui prezzi, e pubblichiamo i nomi delle aziende coinvolte”, sulle quali potrebbe pendere l'accusa di aggiotaggio.
Problemi emergono, altresì, leggendo il 4° comma, dove si prevede che per i medicinali SOP (farmaci senza obbligo di prescrizione medica) e per quelli di automedicazione, le farmacie pubbliche e private possano operare uno sconto fino al tetto massimo del 20% sul prezzo stabilito dall’azienda titolare e con la precisazione esplicita che tale riduzione può variare da farmaco a farmaco ed altresì – sembra scontato – da farmacia a farmacia. L’idea è dunque quella di ingenerare forzatamente un regime concorrenziale fra i professionisti del settore.
Proviamo a rivolgere alcune domande chiarificatrici alla gentil dottoressa che si è prestata a questa nostra breve indagine.

Dottoressa è opportuno introdurre un sistema di libera concorrenza tra voi farmacisti?

Non siamo in vero contrari alla concorrenza tra gli esercizi farmaceutici, ma un conto è una sana competizione sul piano qualitativo e dei servizi prestati e altro è la giungla che si aprirà davanti ai nostri occhi se questo decreto dovesse essere reiterato, o ancor peggio trasformato in legge; in questo caso dovremo comportarci né più né meno come un qualsivoglia negozio di generi alimentari. Non è solo la nostra professionalità ad essere così avvilita, ma la stessa funzione del farmacista e della sua sede, che, con totale rispetto per gli altri esercenti, non è quella sic et simpliciter di vendere prodotti, ma di assistere e agevolare il cittadino nelle terapie a lui necessarie.
Non dimentichiamoci che le farmacie nascono per questo. Del resto in base alla tuttora vigente legislazione in materia si prevede che vi sia un’uniforme distribuzione delle sedi sul tutto il territorio nazionale, anche là dove non è del tutto conveniente esercitare la professione, si pensi ai piccoli paesi di montagna, o alle estreme periferie urbane. Il leiv motiv della attuale normazione è di assicurare tramite le nostre sedi una rete di presidi medico sanitari capaci di rispondere alle istanze di bisogno e cura dei cittadini. E proprio in coerenza con questa logica è previsto l’obbligo di contribuzione da parte delle farmacie cittadine rispetto a quelle cd. rurali, che già sopravvivono a stento, figuriamoci in un sistema come quello immaginato dal provvedimento “taglia prezzi”; il quale, più che rispondere all’idea e alle regole del libero marcato, crea un’artificiosa ed improduttiva fiera del laissez faire, laissez passer, libertaria e non già certo ispirata ad una politica liberal economica, né tanto meno di sicurezza sociale.
Appare evidente come da una parte ci stimolino ad essere coesi e solidali e dall’altra ci vorrebbero in gara e rivalità; ed ancora da un lato vengono calate dall’alto delle regole che hanno una ratio extra-mercato, tendenti ad ingessare l’intera struttura, e dall’altro si cerca di introdurre la competizione commerciale. Ad esempio, che senso ha prevedere il mantenimento delle sedi rurali se poi, proprio noi che siamo chiamati a contribuire al loro sostentamento, dobbiamo fargli concorrenza? La mano destra concede e quella sinistra toglie.

Quale saranno gli effetti di questo provvedimento per la vostra categoria e quali per i cittadini?

Sicuramente non riuscirà ad aprire la strada ad un effettivo regime concorrenziale, soprattutto nell’ipotesi che la categoria acconsenta a questa insana pratica degli sconti e ciò per diverse ed evidenti ragioni: anzitutto perché le farmacie in concorrenza saranno solo quelle che insistono sullo stesso spazio urbano, quelle delle grandi città, insomma, che si trovino a breve distanza le une dalle altre; nei piccoli centri dove di norma c’è una sola farmacia, difficilmente il titolare provvederà ad applicare lo sconto, e magari i suoi clienti cercheranno di acquistare i farmaci settimanalmente recandosi in città nella speranza di risparmiare qualcosa, con la conseguenza del possibile fallimento di quel esercizio farmaceutico. Chi non sarà in grado di resistere a questo mercato squilibrato e sperequativo dovrà chiudere o procedere a riduzioni del personale, creando un diffuso disservizio ed un inevitabile aumento della disoccupazione di settore.
Peraltro l’applicazione del previsto sconto non comporterà comunque e sempre per il cliente la possibilità di risparmiare, ben si potranno registrare casi in cui, nella medesima farmacia e rispetto al medesimo prodotto, il prezzo dello stesso risulti diverso da giorno a giorno e da orario ad orario, a seconda del momento della giornata, vista l’inevitabile funzionalizzazione del relativo costo al numero di clienti previsti in quella data giornata.
La ridotta capacità di acquisto (se non vendo non compro) verso le imprese produttrici da parte delle farmacie, che non saranno state in grado di uniformarsi alle nuove regole di mercato, comporterà possibili situazioni di irreperibilità di quei farmaci scarsamente convenienti, con l’evidente conseguenza di non poter più offrire ai clienti necessariamente abituali, perché anziani o malati, i prodotti a loro occorrenti.
Non solo ma consideri, altresì, che per reggere al regime concorrenziale il farmacista, cercherà di vendere il maggior numero di medicamenti al maggior numero di persone e magari anche a chi non ne ha affatto bisogno… Si moltiplicheranno le offerte del paghi 1 prendi 2 per incentivare i consumi, con buona pace per i rischi alla salute dei cittadini-pazienti.
A conclusioni analoghe è giunto lo stesso Movimento Consumatori (com. stampa 20 maggio 2005), il presidente Lorenzo Miozzi ha, infatti, dichiarato “il tetto dello sconto al 20% non tutela i consumatori” rilevando altresì che una concorrenza effettiva non sarà possibile e che la corsa allo sconto potrà anche provocare situazioni paradossali e potenzialmente pericolose per la salute dei cittadini.
Dello stesso avviso la dott.sa Rossella Miracapillo – Presidente dell’Osservatorio Farmaci e Salute – che aggiunge “in America ed in Inghilterra dove vige il libero mercato, il tasso di incidenti da farmaci è elevatissimo”.
“L’idea degli sconti – conclude Miozzi – proposti dal decreto Storace, ha una forte presa pubblicitaria. Speravamo, al contrario, in un atto coraggioso da parte dello Stato (con) l’adozione di un regime controllato sul prezzo dei farmaci di fascia C così come avviene in Francia, Spagna e Austria dove di fatto il prezzo di questi farmaci è più basso e uguale per tutti i cittadini, a prescindere dal luogo, dal ceto sociale e dalla modalità di accesso al farmaco”.

Comprendiamo le preoccupazioni manifestate dalla dottoressa, condividiamo la titubanza del Movimento Consumatori sulla idoneità del DL a creare effettivi circuiti di libera concorrenza, con derivante risparmio dei cittadini, ma non partecipiamo alle speranze espresse in merito all’adozione del prezzo controllato, unica soluzione, al dire di molti, per rispondere alle istanze di contenimento della spesa farmaceutica da parte delle famiglie italiane.
Su questa linea si è pronunciata anche Federfarma (sindacato dei titolari di farmacia) il cui presidente Giorgio Siri, in un accesso dibattito con Storace nella trasmissione radiofonica della Rai “Radio Anch’io”, dichiarava “avremmo preferito la certezza per i cittadini, con prezzi uguali e trasparenti su tutto il territorio nazionale. E il legislatore ha tutta la possibilità di abbassare i prezzi di certi farmaci, come successo per i vaccini…”
Concordiamo con la risposta data dal Ministro che “i prezzi amministrati erano possibili in Unione Sovietica, non in Italia né in Europa”.
La soluzione a nostro modesto avviso è e rimane quella del libero mercato.
Ci vuole però qualcosa in più di un semplice DL taglia prezzi, occorre incidere sulla struttura del comparto farmaceutico ridisegnandone i confini e le regole a tutti i livelli della filiera. Il decreto Storace, infatti, pur se dotato di maggiore flessibilità rispetto ai precedenti interventi di contenimento, continua a confondere (consapevolmente o meno) le riforme strutturali con gli interventi su prezzi.
Ha sicuramente un impatto demagogico elevato, visto che il decreto da un lato blocca i costi per un biennio e dall’altro permette degli sconti (due elementi di facile suggestione politica), ma è ben lontano dagli obiettivi dichiarati.
Ma sia dato al Ministro, ciò che è del Ministro.
Alcuni meriti vanno obiettivamente riconosciuti, ci riferiamo in particolare al definitivo abbandono del prezzo unico nazionale per i farmaci di fascia C - peraltro più volte richiesto dall’Antitrust – ed interessante è anche lo spirito - ma solo quello - di favorire un processo di liberalizzazione del mercato farmaceutico, soprattutto a livello di distribuzione finale.
Come dicevamo, però, sono gli strumenti ad essere sbagliati; a modesto parere di chi scrive, per liberalizzare il mercato si deve anzitutto procedere alla liberalizzazione del settore: eliminare quindi tutti quei lacci e laccioli che stringono e frenano l’esercizio della impresa farmaceutica.
Ancora oggi, infatti, i principali attori del comparto, i farmacisti, si dividono di fatto in due “specie”: i titolari di farmacia e i farmacisti non titolari, quest’ultimi hanno la stessa laurea, la stessa professionalità e capacità potenziale dei primi, insomma sono legislativamente uguali, ma parafrasando Orwell, i primi sono più uguali dei secondi.
Come è noto infatti la farmacia non si “apre”: di solito si eredita, o si sposa. “Sul territorio nazionale - osserva Francesco Carella , presentatore di una disegno di legge di riforma - sono presenti 16mila farmacie convenzionate, a fronte delle quali si contano quasi 56mila laureati in farmacia abilitati alla professione, a molti dei quali viene di fatto impedito l'accesso alla titolarietà.”
Il laureato in farmacia che voglia aprire un nuovo presidio deve seguire norme che risalgono sostanzialmente alla Legge Crispi. La normazione vigente da una parte dispone che l’assegnazione delle poche sedi disponibili avvenga per concorso, favorendo - per espressa previsione - chi già è stato titolare, aumentandone il punteggio per la valutazione del titolo fino al 40%. Dall’altra ne prevede la successione mortis causa con disposizioni che hanno dell’incredibile: il discendente può mantenere la farmacia fino al 30° anno di età, ovvero per 10 anni nel caso in cui s’iscriva alla facoltà di farmacia, il cui corso legale è di 5 anni. Il risultato è l’impossibilità totale per un farmacista non titolare, con normale disponibilità economica, di esercitare liberamente la propria professione.
Altro nodo cruciale è la distribuzione dell’esercizio privato sul territorio nazionale: il rilascio della concessione statale è legato a parametri di delimitazione geografica e demografica tali da rendere impossibile l’apertura di nuove sedi. La disciplina è particolarmente confusa e ne risulta addirittura incomprensibile la ratio.
Non volendo scendere nei particolari basti pensare che nei comuni al di sotto dei 7500 abitanti, quasi l’80% del totale (quindi per il 27% della popolazione), esiste una sola farmacia. “Logiche spartitorie – osserva Vincenzo Devito, presidente del MNLF*1 - hanno stravolto le finalità di pianificazione territoriale. Per verificare ciò basta prendere visione di alcune piante organiche e scoprire come la dislocazione delle farmacie non segua quella degli insediamenti abitativi, lasciando interi quartieri privi del servizio”.
In breve ci troviamo di fronte ad un sistema che non funziona, dove dinamiche stataliste si intrecciano a ragioni corporative, generando ad una vera e propria posizione dominante da parte dei farmacisti titolari, o meglio del loro sindacato: Federfarma.
Una situazione insostenibile, a tal punto che lo stesso Antitrust in ben due pareri è giunto a condannare la FOFI (Federazione italiana degli Ordini dei Farmacisti) e Federfarma per aver determinato intese volte a coordinare, su tutto il territorio nazionale, il prezzo di vendita di alcuni prodotti.
Una macchina, quella farmaceutica, che costa al cittadino due volte: come contribuente, e quindi “socio” suo malgrado del servizio sanitario nazionale, e come paziente-cliente.

È tempo di dire basta.
Come cambiare? Abbattere questo sistema feudale. Trasformando le sedi farmaceutiche in vere e proprie aziende.
Questo, però, significherà non solo tagliare i privilegi di casta, ma anche consegnare al sistema un quid pluris, una marcia in più, ossia la libertà. La libertà di agire come vere imprese.
Non si può sperare di introdurre un reale regime concorrenziale mantenendo le vecchie strutture, sarebbe come dire ad un dinosauro ti ho regalato la bicicletta ora pedala! Occorre, come dicevamo, da una parte cancellare le delimitazioni e gli ostacoli all’esercizio della professione e dall’altra ampliare i canali distributivi del farmaco.
Questa estensione può essere realizzata aumentando il numero delle farmacie convenzionate e affiancando a quest’ultime farmacie non convenzionate con il SSN, che dovranno – ovviamente - avere gli stessi requisiti tecnici e gli stessi standard di professionalità che caratterizzano le prime. In aggiunta considererei anche l’ipotesi dell’apertura di corner farmaceutici in luoghi di scambio ad accesso pubblico… si nei supermercati, o meglio anche in questi.
Come nel caso delle farmacie non convenzionate, anche qui, la vendita dei farmaci dovrà essere eseguita da parte di personale professionalmente qualificato, in altri termini, dovrà essere obbligatoria al banco la presenza di un laureato in farmacia. A tal riguardo osserva giustamente il MNLF “che problema c’è a vendere aspirina accanto a frutta e verdura, o a tra hi-fi e computer, se a farlo è un farmacista?”
Giustissimo! Soprattutto nella considerazione che la qualità del servizio non si garantisce attraverso il numero predeterminato degli esercizi farmaceutici, ma deriva dal fatto che i farmaci vengano dispensati da un laureato abilitato all’esercizio della professione.
Dunque, nessun pericolo per la salute dei cittadini, sarà un sistema sicuro come ora, ma qualitativamente migliore ed economicamente più conveniente.
Ciò che si propone non è quindi una liberalizzazione selvaggia del settore, ma l’introduzione di regole che sappiano comporre e contemperare l’interesse pubblico all’esistenza di una rete di farmacie efficiente e qualificata, con l’esigenza di restituire il settore alla iniziativa privata.

In questo modo avremo ben tre effetti:

1) eguaglianza effettiva tra i farmacisti (non più di seria A e B, farmacisti titolari e dipendenti per necessità);
2) aumento dell’occupazione di settore: i laureati in farmacia potranno liberamente aprire spazi farmaceutici ed esercitare pienamente il loro ufficio;
3) Et dulcis in fundo: riduzione dei costi dei farmaci con conseguente risparmio per le finanze del cittadino.

Questa è quella che io chiamerei una “democrazia economica”.
Il Paese è pronto! Il mondo politico anche! Numerosissime sono state, in questi anni, le proposte ed i disegni di legge per il riassetto del comparto, si pensi al già citato disegno Carella, alla Bozza Bernasconi, ai disegni del Sen. Tomassini, dell’On. Battaglia, e elenco potrebbe continuare. Il 16 giugno nella trasmissione televisiva “Porta a Porta” il Prof. Prodi ha dichiarato “Sono favorevole alla vendita nei supermercati, in tutti gli altri Paesi vengono venduti prodotti da banco…”.
L’Antitrust spinge in questa direzione da tempo.
L’interesse dei “pochi” non può più arrestare questa necessaria riforma.
Sarà una catastrofe per “molti di quei pochi”, ma per i cittadini solo una benefica katastrophè (capovolgimento, epilogo della tragedia) capace di generare un nuovo ordine. E come scriveva Aristotele “la legge è ordine, e una buona legge è un buon ordine”. Dunque Ministro, basta con i DL, facciamo una legge, in fin dei conti siamo quasi tutti d’accordo!

…dopo i dinosauri, il farmacista sapiens… che vedrete saprà andare anche in bicicletta!